L’ora felice [e diciottesima lezione]

Il bar era vuoto e silenzioso: il sole delle sedici e trenta e le strade bollenti tenevano lontano eventuali avventori e il popolo della sera era ancora al lavoro.
Il barista mi ha accolto con un mezzo sorriso, evento molto insolito, e mi ha preparato un vodka sour ghiacciato e per una volta nel bicchiere giusto.
L’ho bevuto pensando alla mia inconsistenza e al mio desiderio di nulla. Era un periodo in cui ero niente e andavo alla deriva così, placidamente.
Stavamo parlando del tempo quando lei ha fatto il suo ingresso e noi ci siamo voltati e abbiamo ammirato le sue gambe e la sua aria indolente. Ho alzato il bicchiere e le ho fatto cenno di sedersi sullo sgabello di fianco al mio. Non era alta e l’ho aiutata: aveva braccia sottili e abbronzate con tintinnanti braccialetti argentati.
Il barista ha preparato da bere per tutti e tre e poi si è ritirato in fondo al banco per lasciarci soli.
Lei ha riconosciuto il mio nulla e io ho affondato la mia malinconia nei suoi occhi così simili ai miei.
Aveva capelli neri dai riflessi blu e all’orecchio sinistro un orecchino con una piuma gialla che le dava un’aria asimmetrica, quasi storta.
Parlammo del niente che ci stava affogando; lei aveva appena chiuso una storia con uno che le aveva lasciato un quaderno di poesie sdolcinate e l’affitto da pagare e io non avevo neanche quello da raccontare.
Da fuori nessun rumore e dentro solo il tintinnio del ghiaccio. La ciliegina la mangiò lei e poi mise una mano sulla mia e io sentii la sua pelle tiepida.
Il barman si affaccendava per preparare il clima giusto per i clienti che sarebbero arrivati di lì a poco, quelli che devono divertirsi a tutti i costi nell’ora felice che precede la sera.
Rimanemmo un po’ in silenzio, lei con la mano sulla mia e io ad ascoltare il suo calore.
Poi lei scese dallo sgabello e si avviò verso il fondo del locale. La seguii senza parlare. Il bagno delle donne, a quell’ora immacolato e lucido, era deserto. La porta si chiuse con un soffio e io la spingevo già verso le piastrelle bianche e azzurre cercandole la bocca. Il respiro, come il resto, si era fatto irrequieto mentre le sollevavo la gonna nera e frugavo sotto le sue mutandine.
Lei mi aprì i pantaloni e mi trovò già pronto, mentre continuavamo l’esplorazione della bocca: vodka e aroma di ciliegia. La sollevai tra le braccia: era piccola e leggera. La posai sul piano di marmo dei lavandini e le spostai le mutandine, penetrandola con forza, affondando dentro lei e la sua indolenza.
Poche spinte molto forti e un urlo soffocato. Lei si appoggiò a me placando i sussulti che la scuotevano e miscelandoli con i miei, come il barman con la vodka e il succo di limone. La feci scendere, ci sistemammo davanti al medesimo specchio, tutti e due in silenzio.
Uscimmo dal bagno mentre il sole illuminava la parete del corridoio e il locale si riempiva di risate e ghiaccio tritato.
L’ora felice era iniziata.

(22 agosto 2006)

* liberamente ispirato dal racconto “Happy hour” di Vinicio Capossela. Un racconto che mi è piaciuto molto e che mi ha suggerito questo mio scritto. Niente di importante: solo un giocare con le parole e le atmosfere.

**********************
Ed eccoci alla diciottesima lezione: lo stile. L’ipotassi o la paratassi? Un bel dilemma. Ma non c’è solo questo. Lo stile è anche un gioco di equilibri: bisogna trovare la propria voce e farla parlare. E la voce deve essere adatta a ciò che stiamo raccontando e deve mantenere se stessa per tutta la narrazione.

A me capita spesso di cambiare stile. Penso sia cosa di tutti. Ci si forma sopra alla storia. Si cuce l’abito adatto alla forma che vogliamo ricoprire.

Comunque, io credo di preferire l’ipotassi 😉

E poi oggi c’è l’intervista a Roberto Alajmo. Da leggere. Alajmo mi piace. Non ho ancora letto i suoi libri ma so che mi piace.

 

2 pensieri su “L’ora felice [e diciottesima lezione]

  1. “Parlammo del niente che ci stava affogando”. Quando il nulla può far male…

    Credo anche io di preferire l’ipotassi, forse è più semplice, immediata e necessita comunque di un buon uso. La paratassi a volte, si avvicina troppo all’effetto che fa un’opera lirica, troppo enfatica.

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  2. Un niente che affoga è un nulla molto doloroso.

    Credo anch’io che la paratassi sia troppo enfatica.
    Mi piace uno stile più semplice.
    E poi non amo le frasi con troppe subordinate. Allora le divido perché mi sembrano più comprensibili.
    magari sbaglio ma penso sempre che farsi capire sia una bella cosa.

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