Frammenti di vita – Max

Suo fratello lo stava chiamando dalla cucina, urlando che erano in ritardo. Si guardò allo specchio e non si riconobbe. Cosa aveva di diverso non avrebbe saputo dirlo. Sapeva solo che da un pezzo, nello specchio non trovava più Massimo, ma solo Max. Infilò la felpa, scolorita come la sua anima, con una smorfia di dolore. La spalla faceva ancora molto male e il collo era bloccato. Alle cinque, ennesimo appuntamento con un medico sconosciuto, per l’ennesima diagnosi, di cui non gli importava niente. Di niente gli importava più, ormai. Voleva essere morto. Quanto aveva pregato: … perché non sono morto io, invece di Monica? Perché, cazzo! Almeno lei sarebbe viva e io non soffrirei… tutti sarebbero contenti…
“Dai, Max, muoviti! Siamo in ritardo. Possibile che tu non riesca ad essere puntuale?”
“Okay, arrivo… dai, non rompere!”
Guardò suo fratello e gli vide negli occhi la stessa desolazione e impotenza con cui, quando aveva cinque anni, aveva guardato il suo cane che stava morendo. Lo ignorò, abbassando lo sguardo, e lui, dopo aver preso le chiavi dell’auto, uscì e lo precedette con un gesto di sconforto.
Max s’infilò a fatica sul sedile, soffocando un’imprecazione, e Marco lo guardò con apprensione: “Ti fa molto male? Perché non dici mai niente? Perché non mi parli più? … non ci parli più… non parli a nessuno, tu! … che cazzo hai? Parla, no? Urla! Dì, qualcosa! Cosa vuoi fare, il martire? Pensi che noi non soffriamo a vederti così? Cazzo, Max, parla!” con un pugno al volante, Marco sfogò la rabbia che avrebbe voluto indirizzare a Max e partì strappando le marce e facendo gemere le gomme.
Il silenzio assoluto, seguì lo sfogo di Marco. Per tutto il viaggio, Max tenne gli occhi chiusi e non fiatò.
Dal medico, stessa cosa. Max entrò solo, ascoltò l’ennesima diagnosi e i consigli per effettuare un altro intervento chirurgico, con lo sguardo muto come la sua bocca. Il medico fece entrare Marco nello studio, solo per avere un interlocutore, e spiegò di nuovo cosa riteneva dovesse fare Max, mentre l’interessato continuava nel suo mutismo.
Il rientro fu ancora più ostile dell’andata e, appena entrati in casa, lui si rifugiò nella sua camera, dicendo che non aveva fame, e chiudendo ostinatamente la porta sul resto del mondo. Si buttò sul letto, con le scarpe e il giubbotto e sperò di poter dormire e non svegliarsi più. Da tanto tempo si augurava questo, ma non era mai successo. Da un anno Monica era morta e lui non voleva più vivere.
Gli altri lo odiavano, lo sapeva, e la sua famiglia si vergognava di lui, del male che aveva fatto alla famiglia di Monica. In paese tutti lo sfuggivano e, in ogni caso, lui non usciva più. Ne aveva abbastanza di sguardi ostili, di commiserazione, d’odio e rabbia. Ne aveva già troppa dentro il cuore, per sopportare anche quella altrui.
Guardava il soffitto e vedeva il viso di Monica, quell’ultima sera: era bellissima, e allegra come sempre. Monica era sempre di buonumore e riusciva sempre a farlo stare bene. Quella sera aveva i capelli legati in una coda alta e un vestito blu che le stava benissimo. Avevano passato la sera con amici, poi lui aveva proposto di andare via, per starsene un po’ da soli e aveva guidato per quella strada di montagna, tutta curve. Era sveglio e non aveva bevuto… solo una birra, di questo era sicuro. Ricordava bene tutto, fino a quella curva da cui si vedevano le luci della città e la luna li aveva bagnati con la loro luce. Stava per fermarsi e Monica stava ridendo… poi si era svegliato all’ospedale e Monica non c’era più.
Lui l’aveva uccisa. E ora aveva il cuore vuoto e secco, come una prugna rimasta in fondo al sacchetto per mesi … Dio, perché non mi fai morire? Prendimi, ti prego… fammi tornare insieme a lei… qui non ci posso più stare… ti prego… ti prego… fammi tornare insieme a Monica… non ce la faccio più… rimarrò qui, finché non arriverò da lei…
Ecco, la vedeva. Aveva il vestito blu, come quella sera, ma i capelli ora erano sciolti e lucidi: sembravano brillare alla luce della luna. Monica gli veniva incontro allungando le mani verso di lui. Le sue mani erano fresche sul suo viso accaldato e lui provò una sensazione di benessere. Erano mesi che non si sentiva così… Finalmente tranquillo, si girò nel letto e si raggomitolò abbracciando il cuscino.
Il risveglio lo colpì come una mazzata: era di nuovo lì, nel suo letto, ed era vivo, nonostante tutto. La testa gli faceva un male tremendo e il cuore batteva così forte da impedirgli di respirare. Era bagnato di sudore, fino nelle mutande e forse anche più sotto. Allungò la mano verso l’orologio: le due! E ora che avrebbe fatto? Tutte le notti si trascinavano così: ore a girarsi in lenzuola umide di sudore e i pensieri che vagavano impazziti in un’unica direzione. Non ne poteva più. Sentiva che non poteva più andare avanti così. Non reggeva più quell’enorme fatica: la fatica di vivere.
Si alzò e si tolse le scarpe e il giubbotto, i pantaloni e si sbarazzò a fatica della felpa. Il dolore fisico accentuò quell’altro dolore e lui sentì il peso dei prossimi anni e capì che non l’avrebbe mai fatta. Ora aveva solo le mutande, ma erano bagnate e gli pesavano. Se ne liberò con un calcio e s’infilò in quel letto da cui non voleva più alzarsi. Allungò la mano verso il comodino e prese il flacone delle pillole per dormire. Ne aveva troppo bisogno, doveva assolutamente dormire. Ne prese due e le trangugiò, deglutendo con la gola che sembrava di carta vetrata.
Si girò finché non lo colse di nuovo un sonno più agitato ancora. Era di nuovo lui, Massimo, e aveva la stessa felpa, ma ora i colori erano vivi come quando l’aveva appena comprata. Camminava in una specie di bosco, molto scuro e buio, la strada era in salita e ogni tanto un piede scivolava sul terreno umido. Si guardò le scarpe: avevano la suola di cuoio liscio e non erano adatte a quella passeggiata nel bosco. Avanzava a fatica e la scena diventava sempre più buia e lui sentiva di nuovo il sudore bagnargli le braccia e il collo. Un rumore improvviso lo fece fermare con un sussulto. Provò a chiamare Monica, urlando il suo nome, ma non rispose nessuno: sentiva che era completamente solo.
Era stanco e avrebbe voluto fermarsi e sedere in terra, ma non lo fece. … andrò avanti ancora un po’… forse riesco ad uscire da qui… mi fermerò dopo… e attaccò la salita con nuovo vigore.
La vibrazione del cellulare lo strappò alla salita, anche se faticava a capire cos’era quel rumore che aveva in testa. Poi capì e allungò una mano curiosa: da tempo nessuno lo chiamava. 3 chiamate perse… elenca… Sally… Sally! …e c’era anche un messaggio: “… dormi sempre? Nn rispondi al tel. e alle mail. ke kavolo kombini? Fra 3 gg. verrò lì e voglio vederti. Leggi mail. Bcn ”
Ci mancava anche Sally! Un’altra rompicoglioni, che voleva farlo star bene. Come suo fratello, sua mamma, suo padre… cazzo, lasciatemi in pace, no! Che cazzo volete da me?
Max si girò nel letto, cercando di ritrovare il sonno, ma ormai non c’era più niente da fare. Il messaggio di Sally l’aveva svegliato e anche un po’ irritato. Possibile che tutti vogliano salvarmi? Adesso anche Sally, che deve venire qui per vedermi e poi vorrà uscire e chissà cosa si aspetta da me…
Cosa si aspettava Sally, lui lo sapeva benissimo. A Sally era capitata la stessa cosa che era capitata a lui: anche lei guidava l’auto e aveva avuto un incidente e il suo ragazzo era morto. Sally, dopo un primo momento di sbandamento, aveva ripreso gli studi e si era laureata e aveva un lavoro e un sacco di amici. Nonostante questo trovava sempre tempo per lui e gli mandava spesso delle mail molto carine, e lo ascoltava quelle rare volte in cui aveva voglia di parlare. L’aveva conosciuta in una chat, una volta che ci era entrato per caso, spinto da un amico, e lei gli aveva raccontato tutto.
Sally spingeva sempre perché lui facesse qualcosa, prendesse qualche decisione, così lui le aveva raccontato che stava iniziando a studiare, che usciva, vedeva gli amici. Lei era di un’altra città e Max pensava che non si sarebbero mai visti… e ora, lei veniva lì! E lui era uno straccio, un verme, una cosa orribile che strisciava nel letto grigio di sudore, senza mutande. Si rigirò di nuovo, sentendo il peso delle lenzuola umide… ma che vada al diavolo, anche lei! Chissenefrega! Mi vedrà come sono, vedrà quanto soffro… oppure non mi farò trovare, dirò che non posso…
Con uno strattone, buttò le coperte in fondo al letto e si tirò su. Accese il pc, mentre apriva la finestra. Avrebbe letto solo cosa aveva scritto Sally, poi… passando davanti allo specchio, vide la sua anima, perché ormai solo quella lo specchio poteva riflettere, tanto era magro e grigio… dio, ma chi è quello schifo? … si avvicinò, fino a vedere dentro gli occhi scuri. Quello che vide gli fece fare un passo indietro, di nuovo nel buio.
Ancora nudo, scaricò la posta e lesse le mail di Sally. L’ultima finiva con un sorriso e … a venerdì. Non vedo l’ora…
Rimase a guardare lo schermo per alcuni minuti, ma lui gli restituì il suo stesso silenzio.
Ora aveva un po’ freddo. Guardò i vestiti buttati a terra e sentì che non poteva più metterli. Guardò il letto e lo vide per quello che era: un rifugio grigio e sporco, che ormai era diventato una trappola.
… beh, è l’unico posto dove posso stare… l’unico dove posso chiudere gli occhi e pensare che niente sia accaduto… che altro posso fare?… ormai non c’è più niente per me…
L’icona del programma lampeggiò. Era un’altra mail di Sally: “… dimenticavo… ti voglio bene.”
D’impulso – da quanto non aveva un impulso? – cliccò su ‘rispondi al mittente’: ” anch’io.”
Chiuse il pc e, con un’ultima occhiata allo specchio, uscì dalla camera. Andò in bagno e aprì l’acqua della doccia.

(4 giugno 2004)

*Questo racconto è una riproposta. Sto scrivendo tanto in questi giorni ma niente di pubblicabile sul blog, perciò ho ripescato questo Max, un racconto che mi piace ancora.

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5 pensieri su “Frammenti di vita – Max

  1. Beh, se continuo a dire che mi è piaciuto, magari pensi che mi ripeto un po’… 😉

    Ciao, mia scrittrice preferita, buona serata e buon fine settimana. (io domani al lago per mantenere l’abbronzatura… 😆 )

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  2. Carisisma Morena,
    Carissime Voi Tutte.

    E’ un sincero grazie in ogni momento, in ogni giorno a tutte le mamme del mondo che con tanto amore ci hanno fatto dono della vita. Vita che deve essere vissuta in ogni micro secondo, anche nel tormento dell’anima per cogliere sempre il BELLO, il BUONO ed il VERO in ogni cosa del creato. Anche là dove c’è la tenebra ed il buio che ci mostra le radiose assai care stelle natie che non vediamo nella luce del giorno.

    Ma soprattutto anche un assai sincero sentito commosso amorevole silente pensiero dal cuore di un padre per tante mamme che per un fatale destino e per tanti disaggi e prove della vita, soffrono nel loro cuore per essere state private dalla viva presenza dei loro immensi amori.

    Affettuosamente
    Raffaele

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