Rebecca, finalmente

calze20rosse

Calze rosse  – 1987  80×100   olio su sacco – dipinto di Luigi Masin

È che lei il nero lo detestava. Come detestava i compaesani bigotti che la volevano vestita di quel colore e piangente.
Lei non voleva piangere. Rebecca è una donna forte, dicevano tutti. Ma le donne forti spesso spaventano la comunità. Hanno in sé un guizzo vitale che intimorisce. Le vedove di guerra devono essere spente, tristi e vestite di nero. Soprattutto se non hanno una tomba su cui piangere.
La comunità ha regole non scritte ma molto rigide, che non accettano compromessi.
La distribuzione della terra iniziò. Terra da orto o da frutteto, da grano o patate, alcuni stavano già litigando e le voci si alzavano, ma a lei non importava. Non aveva nessuna intenzione di lavorare la terra e piegarsi su una vanga: per troppo tempo si era piegata davanti a quel marito che ora, grazie a Dio – grazie, o Signore. Sia fatta la tua volontà. Amen -, era scomparso in una guerra oscena come tutte le guerre ma che le aveva dato un po’ di sollievo da quel marito padrone che la voleva sottomessa e servile e non aveva rispetto per nessuno.
La chiesa era gremita: quando c’è da spartire nessuno rinuncia, pensò Rebecca ancora seduta sulla panca. Lasciò andare avanti gli altri. Non aveva fretta.
Le anziane pregavano davanti all’altare mentre attorno il brusio aumentava e le mani si alzavano per aggiudicarsi il lotto migliore. Avvoltoi che affondano le unghie sulla preda: questo era l’effetto che le facevano le altre donne, vedove vestite di nero, in abito lungo fino ai piedi e scialle che copriva i capelli. E c’erano anche madri e padri a piangere i figli. Ma il pianto a volte, si consola se ha un risarcimento equo. Terra come pagamento per gli uomini mandati al sacrificio. Terra come valore aggiunto al dolore e al pianto.
“Signore, liberami dall’ottusità della gente. Proteggi i miei sogni e rendimi la mia vita” questo pensava Rebecca mentre le anziane del paese continuavano: “Miserere nobis, amen”.
Si fece il segno della croce e si avvicinò al sindaco e al segretario che scriveva sul librone del comune i lotti di terra assegnati.
“Non è rimasto molto, Rebecca” disse il sindaco con aria compita.
“Non importa. Non ho bisogno di tanto” rispose lei guardandolo fisso negli occhi.
“C’è questa porzione di terreno. E’ di fianco alla tua casa, così non dovrai allontanarti troppo. E’ terra arida ma tu saprai cosa farci”.
“Certo. Mi arrangerò” e Rebecca firmò la carta che la rendeva proprietaria di un vincolo, di una catena che la legava al paese e ai ricordi.
Quando uscì dalla chiesa portando con sé l’elemosina del governo, le vecchie pregavano ancora: “Miserere nobis, amen”.
Amen, pensò Rebecca dirigendosi verso la sua casa.
Amen, pensò mentre riponeva il certificato di proprietà della terra.
Non lavorò la terra, Rebecca. Si limitò ad aspettare mentre gli altri vangavano e aravano cercando di ricavare qualcosa da quei terreni aridi. Ma l’aridità non fa crescere nulla, lei lo sapeva.
I giorni passavano e il vestito nero era sempre più pesante da portare. Alla sera Rebecca lo toglieva e si inginocchiava a pregare: “Signore, ti prego, salvami da questa vita e dall’aridità che c’è ovunque”.
E un giorno, finalmente, la cassa arrivò. Non era grande, solo ossa ormai. Due uomini la portarono sul terreno di fianco alla casa e poi se ne andarono lasciandola sola.
Non era sempre stata sola, lei? Ed era forte, lo dicevano tutti.
E così Rebecca prese la vanga e mise tutta la sua forza per scavare la fossa.
“Mi hai ferita a morte quando eri in vita e ora ti seppellisco insieme alla mia rabbia” pensava affondando il metallo nel grigiore del terreno.
Prima di richiudere la fossa, si sfilò le calze nere che aveva indossato in quei mesi. Le buttò sulla cassa di legno grezzo e ci buttò sopra la terra.
Richiuse poi la buca con molta cura. Ripulì la vanga e la ripose nel capanno. Prese la pianta di dalie che teneva sulla finestra del retro, coltivata in segreto e nascosta alla vista altrui, e la piantò nella terra che aveva ben spianato. Innaffiò con cura e mise una croce di legno su cui aveva inciso il nome del marito, dietro ai fiori rossi. Poi entrò in casa e si preparò per la notte.
Dalla finestra guardò fuori nel buio: sul nero del cielo spiccavano solo le dalie rosse. Finalmente dei fiori. Posso ricominciare a vivere, pensò sfilandosi l’abito e mettendolo in un sacco. Fece la stessa cosa con gli altri indumenti che aveva. Mise tutto dentro al sacco e lo chiuse bene.
Rimase nuda davanti allo specchio: una donna forte che non amava il nero e non voleva più chinare il capo davanti a nessuno.
Infilò la camicia da notte poi preparò sulla sedia gli indumenti che avrebbe indossato l’indomani. Sul vestito, di un bel grigio perla – non più nero, abbi pietà, Signore – mise la biancheria e le calze rosse che aveva acquistato al mercato qualche settimana prima.
Le vedove devono essere spente, tristi e vestite di nero. Ma Rebecca aveva in sé una forza speciale e quelle calze colorate.
Era una donna forte, e amava i fiori. Finalmente.
*****

La storia di questo racconto la trovate al post precedente

E ora il video suggerito da Stefano. Grazie

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36 pensieri su “Rebecca, finalmente

  1. Mi è piaciuto,come tutto quello che scrivi,perchè rispecchia la mia idea di narrativa:semplice,diretta,poco condita e molto chiara,anche a costo di usare parole schiette e non troppo ortodosse.
    Anch’io da un po’ aspetto che la mia mente si apra e partorisca -solo la mia mente,adesso,eh!- qualcosa,scritti che non siano solo pensieri e vicende personali…
    Un abbraccio come sempre!

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  2. Mi è piaciuto davvero tanto, Morena!
    trovo straordinaria la figura di Rebecca finalmente libera, finalmente donna…
    Acci… l’hai pensata bene, le hai dato dignità, l’hai resa forte e battagliera. Sì, mi piace proprio.

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  3. Oh Gesù. Che forza! Che immagini colorite! Che messaggi di riscatto positivi e illuminanti! ‘Sta tizia sta diventando più brava di me. Spero solo che alle signore non venga lo stimolo di seppellire i loro consorti.

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  4. Che meraviglia, Morena, letto tutto d’un fiato e leggendolo, non so perché mi è venuto in mente il film di Lars von Trier “Dogville”, tutt’altra storia è vero, ma con una protagonista che aveva in comune molto con la tua Rebecca.

    I tuoi racconti sono così immediati, così descrittivi, che sembra un po’ di viverli e questo in particolare, con la giusta sceneggiatura, potrebbe essere rappresentato su di un bel palcoscenico… non ci hai mai pensato?

    Bello, mi è piaciuto!

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  5. hai scritto molto bene questo racconto morena, si percepisce tutta la rabbia contro l’ottusità, il conformismo di chi costantemente cerca di imbrigliare i sogni di chi vuol sognare, di chi sa ancora sognare, di chi vuol essere se stesso e per questo “diverso”

    morena sai quanto io ami il cinema…. leggendo questo tuo racconto mi è venuto in mente un film molto bello di e. crialese ” respiro”. Anche lì si parla di una donna “stravagante” che vuol vivere la sua vita e non quella imposta dalla comunità che la vorrebbe ” raddrizzare”

    ciao e buon 1° maggio
    stefano

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  6. La forza delle donne che non si piega, non si umilia, non accetta di essere monocolore.
    La forza che le rende padrone e schiave di questo mondo che ha bisogno dello spirito femminile per ritrovarsi.
    Quella forza che mi fa innamorare a prescindere dai vestiti e dai colori.
    L’importante è sempre il contenuto.
    Una vera chicca. Brava è troppo poco,ma te lo dico lo stesso.
    Un abbraccio

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  7. Racconto dell’anticonformismo calato in un ambiente paesano bigotto, costruito tutto sull’apparenza e poco sulla sostanza. Bel quadro di una forza che sfida le convenzioni. Rebecca è un tipo di donna scomodo, perché ama la verità. Ricorda quell’Anna Karenina che osa sfidare l’ipocrita aristocrazia facendosi vedere in compagnia del suo amante, il quale poi, come in quasi tutte le storie, non sarà alla sua altezza.

    Maria Antonietta

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  8. BELLO BELLO BELLO

    Sono commossa.
    Mi è piaciuto moltissimo. Soprattutto il finale in cui i fiori li ha
    messi lei.
    E le calze nere sfilate e messe sulla bara, una chicca d’oro.
    Altro che balle!
    Brava!*

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  9. @ erica:
    ‘parole schiette e non troppo ortodosse’?
    dovresti leggere il resto che sto scrivendo 😉

    attendo il tuo parto, allora. in tutti i sensi

    @ cristina
    grazie dell’apprezzamento. l’immagine di rebecca mi è nata all’improvviso leggendo, come spiego nel post precedente, il racconto di ladypazz. l’ho poi collegato al racconto di enrico, et voilà

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  10. @ salvo
    i tuoi commenti sono più coloriti dei mie racconti. se esageri sempre così, finirà che tutti penseranno che mi fai i complimenti a prescindere, qualsiasi cosa io scriva. e ciò non va bene, lo sai

    @ arthur
    grazie. io penso sempre ai miei racconti come fossero film. quindi mi va benissimo anche il teatro.
    sai che ‘dogville’ l’hanno già abbinato ad un altro mio scritto? ora non ricordo quale ma mi verrà in mente

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  11. @ stefano
    grazie. anche del bel collegamento al film ‘respiro’. il video è bellissimo e lo metterò anche nel post.
    la comunità vuole spesso imporre idee e modi di essere. poi c’è chi, come rebecca, non si lascia ‘piegare’ dal gruppo

    @ evento
    la forza di certe donne sa colorare l’anima. concordo con te. e grazie della tua presenza. l’importante è il contenuto, hai ragione. un abbraccio

    e buon primo maggio a tutti. poi torno

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  12. @Morena.
    Carissima, ti ho scritto che stai diventando più brava di me. Se consideri che io nel panorama letterario italiano sono classificato all’undicimilacinquecentocinquantesimo posto, non è una cosa di cui andare molto fieri.

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  13. Magari, Morena, si potesse seppellire il proprio passato, le ingiurie subite, l’incomprensione e l’ottusità che ci circondano, oppure farne un falò per ritrovare, subito dopo, nella purezza dell’acqua, primordiale elemento di vita, la realtà del sentimento e la comunanza con gli altri!
    Tu hai dipinto una figura di grande impatto, una donna forte e sola, che, da sola, ha vissuto lo squallore di un rapporto malato, da sola subisce la prepotenza del prossimo, da sola procede ad un riscatto di esplosiva grandezza, in quei colpi di vanga, inferti ad un terreno arido, come arida è stata la sua esistenza, una lucida estrinsecazione del contrappasso: “tu mi hai dato questo squallore, io ti offro la secchezza di questo terreno, la mie calze nere, prendile, non mi servono, indosserò quelle rosse, cercherò di indossare la vita… Il rosso di questi fiori, te lo ricorderanno sempre”.
    Che dirti, Morena, queste due parole sono davvero troppo poco, per definire le emozioni che mi ha provocato il tuo racconto, ma spero ti giungano gradite.
    Un abbraccio e i miei più vivi complimenti.

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  14. Bene! Vediamo cos’è capace di fare ora Rebecca.
    Di seppellire un marito e di sfilarsi le calze nere sono capaci tutte, ma questa signora, con altisonante nome biblico, saprà fare di meglio… 🙂

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  15. Cari amici,

    io odio poche cose e neanche in senso proprio stretto, insomma diciamo che non posso soffrire, ecco: una di queste che non reggo sono i funerali e il nero che ne e’ intimamente connesso. Preferisco ossequiare i Supremi come i pagani nostri antenati: coi templi multicolori.

    Bacioni, sogni, infanzia, amore e calda vita a tutti voi

    Sergio

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  16. Mi seduce alquanto la tecnica/traslato dell’in-medias-res con cui si pone la protagonista al centro cronologico tra un passato di avvilimento ed un futuro di riscatto, quasi metafora della centralità in senso sociale in cui si trova, essendo fuoco dell’avida disamina dei compaesani i cui archetipi Rebecca aggredisce con la forza di un indomito vitalismo che è in primis dignitoso amor proprio.

    Pregusto di sapere come le tensioni di quel passato andranno a “risolversi” nel futuro che le è stato prospettato; ovvero, di sapere come il futuro espliciterà e risponderà ai quesiti di quel passato finora così pudicamente/dolorosamente dissimulato.

    Complimenti, Morena… e in bocca al lupo!

    M

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  17. Non mi par vi sia ombra di dubbio che – parvamente qui affermerei ora, cosi’ rispondendo all’intervento precedente – vi sia altra possibilita’, se non quella che le premesse del racconto lascianci intuire, ovverosia uno scioglimento nella futura giocondita’ di una (dantescamente imaginiamo) ”vita nuova” da parte della sconfortata protagonista.
    D’altronde i veri letterati sanno (o sappiano, direi con augurio profondo) che ogni buono e onesto, sentito e verace italico melodramma, ad una Speranza estrema ma tuttavia invero apparente alfine tendono – lo si sa, questo, lo sanno i pochi letterati, puranche giovani, che oggi non si immergano insipidamente e senilmente nel nichilismo degli ultimi tempi, come il letterato a cui rispondo.
    Ebbene… Torniamo all’oggetto e lasciam correre i commentatori: questo narrato, dicevamo, e’, ci sembra, del tutto interno al futuro, prospettabile sviluppo di codesto, riuscito e vieppiu’ profondamente umano, narrato di Morena: la rinascita della protagonista.
    E se cosi’ non fosse, altre vie ne sarebbero… praticabili e di facile sortita dal labirinto: metamorfosi della protagonista, o suo rientro (diverso, del tutto diverso) nella realta’… la fantasia, per chi la abbia, suggerisce sempre.

    Salutoni Cari

    Sergio Sozi

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  18. L’ottusità della gente: gran brutta cosa. La forza che le donne hanno dentro di loro rappresenta qualcosa di inconcepibile per noi maschietti, dà sempre l’idea di un impeto creativo.
    Il racconto è scritto bene, come sempre da parte tua: ma, in questa orgia di elogi sperticati (forse un po’… “bigotti”?) permetti ad un povero bastian contrario di non condividere alcuni luoghi comuni – tanto per vedere se si solleva un piccolo vespaio…
    baci

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  19. @ silvia
    grazie. i tre punti esclamativi parlano da soli 😉
    un bacio a te.

    @ roberto
    la tua provocazione ha un senso. è vero ciò che scrivi: spesso nei blog si leggono commenti di lodi sperticate.
    io di solito non ne ho (di sperticate), perciò spero che chi passa di qua sia sincero nell’esprimere il suo pensiero.

    @ sergio
    grazie. mi sembra che tu abbia visto ‘giusto’. la protagonista ha fatto un atto di apertura verso il suo futuro, seppellendo il marito e mostrando i fiori rossi che aveva coltivato in segreto. un passaggio necessario per smettere il nero e mostrare la sua forza attraverso la scelta autonoma del colore nella sua vita.
    credo che il passo successivo potrebbe essere uno svincolarsi dalla sua casa e da ciò che rappresenta.

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  20. e per sandra, pani e donatella che chiedono un seguito del racconto, suggerisco la possibilità di giocare e scriverlo loro un seguito 😉

    e grazie a tutti i commentatori. quando si scrive e si ‘sente’ ciò che le parole raccontano si ha piacere di trovare un riscontro in chi legge. grazie davvero

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  21. … ho tifato per Rebecca da subito, già alle prime battute mi sono alleata con lei. Anche se mi vesto solo di nero 😉
    A parte Rebecca, mi piace come è scritto questo tuo racconto. Purtroppo sono arrivata tardi… ma se mi viene un qualcosa lo metto da me (e ti avverto).
    Grazie e baci
    Ars

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  22. Interessante l’idea iniziale – variazioni sul tema (tempo fa, per gioco, c’era stato, su un blog, una “sfida” – sempre nel senso buono – di incipit: la cosa bella fu che alcuni di questi raccontavano la stessa microstoria vista da personaggi diversi).

    Al di là, comunque, dell’idea iniziale, il racconto sta in piedi da solo – e bene. Continuo a ripetere – anche se non serve che sia io a dirtelo – che hai una bella scrittura: pulita, precisa, forte, senza sbavature, misurata. Quando leggo, in generale, mi capita spesso di dire “ahi, questo lo toglierei”, oppure “questa virgola…” – con le cose che ho potuto leggere di te, mai.

    Ciauz,
    Pablito

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