Le storie del Gianni

bar

“Io, Gianni, ci starei anche tutta la notte ad ascoltare le tue storie”. Il Tony era sempre esagerato nelle sue esternazioni. Da quando, poi, aveva sposato l’Elvira era peggiorato. Prima usciva tutte le sere. D’altronde, che cosa avrebbe fatto in casa da solo? Leggere non leggeva, e la tv faceva schifo, diceva nelle interminabili discussioni che si facevano al bar Stella, quello dove erano anche in quel momento. Comunque, il Tony prima usciva tutte le sere, poi si era sposato con l’Elvira – bella donna l’Elvira, non più giovanissima ma bella: una di quelle donne che profumano di guêpière – e non si vedeva più. Una sera alla settimana era il massimo che lei gli concedeva. Il giovedì di solito, che il giovedì l’Elvira aveva la scala quaranta con le amiche e così gli dava la libera uscita anche a lui. E lui veniva al Bar Stella a trovare i vecchi amici e ad ascoltare le storie di Gianni. Che Gianni era uno che le sapeva raccontare le storie, uno che c’aveva la parola facile.
Anche quella sera il Gianni stava raccontando le sue storie e tutti erano in silenzio attorno a lui per ascoltarlo. Il suono del telefono lo interrompe proprio a metà dell’ultima storia. Il Gianni risponde, poi chiude la telefonata e dice: “Devo andare. Ho una cosa urgente da fare. Tra un’ora sarò qui di nuovo. Aspettatemi che finisco di raccontarvi la storia”.
Certo. E chi si muove? dissero tutti. E disse anche il Tony: “Io, Gianni, a te ti aspetto anche tutta la notte”. E il Gianni andò, salutando tutto allegro.
Ricomparve dopo un’ora, forse un’ora e mezza. Era ancora più allegro di quando se n’era andato e riprese a raccontare dal punto esatto dove si era fermato. Fece segno al barista che gli portasse da bere: a raccontare veniva sete.
Finita la storia, e la bottiglia, il Gianni disse che per quella sera aveva fatto il pieno e che sarebbe andato a letto. Anche gli altri dissero che, sì, era anche ora. Si poteva andare tutti.
Il Tony rientrò e trovò l’Elvira già a letto. Dormiva di sicuro perché non disse niente, e il Tony si infilò sotto le coperte felice della bella serata.
La settimana dopo si andò in replica: stesso copione. Anche quel giovedì il Gianni ricevette una telefonata, li lasciò a metà di una storia e tornò dopo un’ora e mezza, stavolta avevano guardato l’orologio, era proprio un’ora e mezza. Riprese la storia dal punto in cui si era interrotto e si fece servire da bere. Terminò la storia e disse che era ora di andare a letto. E loro andarono tutti, compreso il Tony che, mentre si infilava nel letto di fianco all’Elvira pensava “eh, come le racconta il Gianni non c’è nessuno“. L’Elvira dormiva già e lui fece piano per non svegliarla. Certo che quando dorme, l’Elvira non sente nulla. E il giovedì dorme sempre così bene. Sarà la scala quaranta. O forse le chiacchiere delle amiche. E il Tony si addormentò pure lui e sognò un misto di storie del Gianni.
E così si andò avanti; di giovedì in giovedì tutto scorreva tranquillo al Bar Stella e anche a casa del Tony e dell’Elvira. Tutto tranquillo fino a quell’ultimo giovedì di marzo.
La colpa fu dell’Elvira che aveva cucinato una minestra con le verze e i porri. E’ che il Tony, proprio non li digeriva i porri, e neppure le verze. Gli mettevano un’agitazione nell’intestino e un vorticare di budella che proprio non lo lasciavano vivere. Era andato in bagno due volte, già prima di arrivare al bar, e una volta prima che il Gianni iniziasse a raccontare una storia delle sue, dei vecchi tempi e di ragazze, con quei fremiti da adolescenti che prendevano una volta e le corse nei campi e le giornate di sole. E poi ci fu la telefonata. Ormai non si sorprendevano più, non si chiedevano chi fosse. Anzi, se non ci fosse stata la telefonata si sarebbero chiesti come mai. Il Gianni disse ok, chiuse la comunicazione e se ne andò non senza essersi raccomandato di aspettarlo, che sarebbe tornato presto.
Tranquillo, Gianni, e chi si muove, risposero tutti insieme. E infatti, rimasero lì a parlare e a bere sapendo che l’attesa sarebbe durata come le altre volte, un’ora e mezza. Ma il Tony continuava a non stare bene. L’intestino borbottava e gorgogliava e lui si disse che forse era meglio fare un salto a casa. I bagni dei bar sono sempre meno comodi. E poi, vuoi mettere come si sta a casa propria? E così, senza dire nulla a nessuno, infilò la porta e andò a casa.
Ecco, ha ragione il Beppe che dice “non bisogna mai fare le sorprese. Prima di andare a casa è sempre meglio telefonare e avvisare”. Il Tony non telefonò. D’altronde, che motivo poteva avere? L’Elvira era a giocare a scala quaranta con le amiche e la casa doveva essere vuota.
Ma non lo era, vuota. A casa c’erano l’Elvira e il Gianni e non si sa bene chi dei due raccontasse meglio.
Così le belle serate del giovedì al Bar Stella sono finite e ora il Tony non esce più. E nemmeno l’Elvira.

Annunci

34 pensieri su “Le storie del Gianni

  1. 😆

    … è un linguaggio conciso che ho imparato da Arthur: se vuoi saperne l’esatto significato, etimologia e quant’altro, consulta il dizionario Arthur/Puntini di sospensione Puntini di sospensione/Arthur (la seconda che ho detto) alla voce “…”.

    Volevo dire, la storia raccontata purtroppo assomiglia tragicamente a una realtà più diffusa di quanto si possa credere, e poi che ritengo Salvo un amico con cui hai molta confidenza e con cui puoi scherzare ma… sarà chiaro a tutti i passanti e lettori casuali?

    E vabbè, ammetto che non mi porrei il problema…

    Mi piace

  2. io, a scanso di equivoci, se devo rincasare prima del previsto avviso sempre 🙂
    Però mi piace un sacco raccontare storie e potrei avere un futuro promettente.
    E secondo me l’Elvira ha fatto apposta a cucinare la minestra con le verze e i porri: per smuovere un po’ la situazione, liberarsi definitivamente di uno dei due.

    Mi piace

  3. @ pani
    l’uomo intelligente sa che non deve chiedere mai, ma telefonare sempre.
    e tu essendo intelligente sai sempre come muoverti, ovvio.

    le storie si possono raccontare anche scritte. quindi hai già questo futuro promettente, no?

    eh, chissà l’elvira cosa aveva in mente… le donne non si sa mai cosa tramano

    Mi piace

  4. Questo tuo racconto cara Morena, mi ha ricordato un po’ la scrittura di Nicolò Ammaniti…non so, sarà stata l’atmosfera corale da bar, o forse quel sorriso amaro che anche lui ti strappa nel leggerlo.
    Ad ogni modo molto molto piacevole, scorrevole, da bere in un sorso! Frizzantino al punto giusto e persino dissetante, cosa volere di più?!? 🙂

    Mi piace

  5. @ pani
    osantocielo. non mi permetterei mai. no, intendevo dire che era lui che veniva a prendere me all’asilo perché ha vent’anni più di me e, anche se non li ha, li dimostra. il che è anche peggio.

    se poi va a trovare qualche Elvira io non lo so.

    Mi piace

  6. @ Elle

    grazie. non so se si possa paragonare alla scrittura di Ammaniti. per me scriverlo è stato un vero momento di relax.
    Ho usato appositamente un registro gergale, con ripetizioni, articoli che precedono i nomi e altre ‘nefandezze’.
    Ho giocato con le parole e con i ruoli.
    Mi fa piacere che tu abbia gradito 😉

    Mi piace

  7. Mannaggia, anch’io non telefono mai prima di rientrare, non sono saggio come Pan e mi sa che d’ora in poi prenderò anche quest’abitudine… mannaggia Morena, tu e le tue storie, mi fate venire certi pensieri… 😀

    Evvabè… che fine ha fatto Gianni?

    ps: il linguaggio Arthur/Puntini di sospensione Puntini di sospensione/Arthur “…” lo puoi trovare nella nuova Treccani, in uscita circa, credo, tra un mesetto, però guarda che ci sono solo poche copie e urge la prenotazione 😉

    Mi piace

  8. Ci sono due cose belle, in questo post.

    La prima è, evidentemente, il racconto: ho sempre amato le storie costruite in questo modo – intendo dire con questa precisione, con questa cura e con questa naturalezza. Quindi complimenti.

    La seconda cosa è che conosco almeno un Salvo Zappulla vivente, e almeno un Salvo Zappulla già morto – entrambi di Floridia, paesino nel siracusano, dove da piccolo andavo in vacanza con la mia ragazza, prima che ci lasciassimo, vendessimo la casa, annullassimo il matrimonio, e altre mille cose da sembrare un altro racconto… sarà mica lo stesso? Lo stesso “vivente”, ovviamente….

    Mi piace

  9. Grazie dei complimenti, Paolo. Mi fa piacere che tu abbia trovato questa semplice storia ben costruita, seppur con naturalezza. E’ un risultato che spero di ottenere spesso.

    Salvo Zappulla, quello “vivente” che conosco, è di Sortino in provincia di Siracusa. Sarà lo stesso?

    Mi piace

  10. Sortino… A Sortino abitavano alcuni parenti del Salvo Zappulla che conoscevo. Anzi, no: parenti della cugina che era, poi, la mia ragazza. Mi ospitò, un ferragosto di una ventina d’anni fa, il (testuale) “padre del marito della figlia della sorella della madre della mia ragazza”: per lui, ero praticamente un figlio.

    Ricordo il pomeriggio passato a Pantalica – Salvo Zappulla saprà di cosa sto parlando -, la sera, durante l’heure bleu, in giro a cercare i “babbusci” lungo i muretti di pietra che separavano i terreni, e il rientro a Floridia (venti o trenta chilometri da Sortino), con una luna piena che si specchiava su uno struggente lago artificiale a forma di campo da calcio.

    Bei ricordi!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...