Un argomento difficile

Uno degli argomenti al quale difficilmente riesco a trovare un senso è l’atteggiamento che abbiamo in italia nei confronti degli stranieri in generale e di qualche nazionalità in particolare tipo albanesi o arabi, io, prima di fare il clown, facevo il cuoco e sono stato a lavorare tre o quattro volte all’estero, in Svizzera tedesca. Lì tra un italiano e un dito in un occhio preferiscono di gran lunga il dito nell’occhio ed ho visitato i quartieri dove abitavano italiani e spagnoli avendo fatto amicizia con uno di loro e mi sono praticamente trovato in una specie di ghetto per italiani dove la vita era davvero complicata, lavoravano come matti e avevano davvero poco (sempre di più però degli stranieri in Italia oggi però). Ho provato sulla mia giovane pelle quella strana sensazione di razzismo strisciante (giovane perchè la prima volta avevo 16 anni ed ero solo soletto all’estero), per la strada la gente ti guardava male ed era difficile anche comprare un giornale o andare dal parrucchiere, io che avevo sempre fatto tutto senza problemi mi sono trovato stranito da queste cose che avevo solo sentito raccontare, persone che mi facevano ogni dispetto possibile solo per farlo e basta, penso di non aver mai letto tanto come in quei tre mesi, telefonavo a casa piangendo e dicendo che volevo venire via e i miei mi dicevano che dovevo responsabilizzarmi e mi hanno lasciato a fare tutto da solo (come deve essere stato duro per loro, solo dopo l’ho capito questo) ma mi ha fatto un gran bene, sono riuscito a starci fino alla fine e a imparare anche un sacco di cose, adesso lavorando in ospedale trovo un sacco di stranieri, molti non vogliono neanche parlare con noi perchè terrorizzati, ci sono madri giovani africane che partoriscono e poi si girano di schiena alla porta e non si rigirano che quando vanno via dall’ospedale per non vedere nessuno. Io ho trovato allora un piccolo stratagemma, tutte le volte che incontro una persona straniera un poco più aperta gli domando come si dice uno,due, tre nella sua lingua e me lo appunto, sono arrivato a saperlo in quasi 50 lingue e dialetti, compreso i più strani, e quando incontro uno straniero gli chiedo da dove viene e quando lo dice sfoggio il mio un due tre, sembra una cosa cretina ma riesco così a parlare con quasi tutti, magicamente loro si aprono e mi raccontano le loro storie e le loro tristezze, io racconto loro, se necessario, la mia esperienza, ne parliamo e comunichiamo bene con quasi tutti. Pensa che c’è chi è chiaramente straniero ma dice d’essere italiano perchè si vergogna, io lo trovo orribile questo, e penso che la colpa sia delle persone che ha incontrato qua. Pensa che noi nel progetto abbiamo una ragazza albanese che fa il clown con noi e studia medicina e, quando le ho chiesto se lei era albanese, lei ha risposto si e io le ho detto che volevo parlarle, lei pensava che la volessi escludere dal progetto solo perchè albanese, in realtà io le volevo chiedere di insegnarci qualche filastrocca in albanese per meglio interagire con i bimbi stranieri in ospedale e lei si è commossa e le è parso strano, abbiamo parlato allora a lungo e abbiamo visto che aveva un sacco di problemi a vivere qua, altre ragazze sono iraniane ma stanno qua da 15 anni (avendone 22) e si sentono ancora straniere, ma parlano addirittura in dialetto, io insomma vorrei trovare una chiave di volta per poter spiegare alle persone come è importante l’accoglienza e capire cosa si potrebbe fare per iniziare ad affrontare questo problema. Bene te l’avevo detto che era spinoso, e poi ne ho uno ancora peggiore ma vorrei adesso approfondire questo e poi ti manderò l’altro.

Dottor Nuvola 

Credo che questo che tu hai così bene descritto, sia uno degli argomenti più difficili da affrontare ma anche uno dei più pressanti, visto la grande presenza di stranieri in Italia.
Gli atteggiamenti che hai descritto appartengono ad una grande parte di noi. Ciò che tu hai provato sulla tua pelle mentre eri all’estero ti ha fatto capire quali sono gli atteggiamenti che più angosciano, offendono e impauriscono chi li subisce.
Credo che tutto sia riconducibile al fatto che siamo portati a vedere negli altri la ‘diversità’ e come sai la diversità intimorisce. E ne sono intimorite sia le persone che si sentono diverse, sia quelle che vedono gli altri come diversi. Forse da questo nascono i modi d’agire che tu descrivi.
Lo stratagemma che hai trovato, di farti insegnare i numeri, il tuo uno due tre, e poi usarlo per creare una piccola breccia e far nascere un sorriso è molto bello.
E’ molto da te.
L’accoglienza forse nasce da qui: non nel voler imporre cose nostre ma nel mostrarsi interessati a conoscere le loro.
Ecco, forse è davvero questo che dovremmo/potremmo fare.
A volte, però, c’è diffidenza anche da parte di chi si sente ‘straniero’ e non solo per diversità di lingua.
L’accoglienza dovrebbe essere nei due sensi di marcia, non a senso unico. La comunicazione è sempre su due corsie. Se ne manca una non esiste circolarità.
E’ possibile arrivare ad avere questa reciprocità secondo te?

Morena

 

Non hai scritto sciocchezze, è vero che dovrebbe essere nei due sensi e non da una parte sola, mi sa che l’argomento è parecchio difficile, mi sa anche che non esiste una soluzione sola ma diverse poiché diverse sono le persone, in realtà basterebbe sforzarsi a capire, anche se non si capisce ma lo sforzo aiuta e fa sentire vicini, magari ci si mette un poco ma alla fine ce la facciamo. È da qualche tempo che ho molti problemi con i discorsi che sento fare in giro, sull’autobus, in treno, per strada, la mia città che non lo era molto sta diventando molto razzista e questo mi fa male, mi chiedo veramente cosa si possa dire a qualcuno per fargli cambiare idea, anche i mezzi di comunicazione non aiutano molto in questo. Anche nella tua città ci sono comportamenti così diffusi? Sai che non trovo una soluzione alla cosa e a volte mi sento impotente davanti a tanta bruttura? Non so come parlare a chi non comprende e a me sembra così scontato di non giudicare a priori che proprio non capisco come si possa fare, che noia può dare un altro essere umano? E poi chi ci dice a prima vista se uno è buono o cattivo? In base a cosa si giudica, le domande sono tante e le soluzioni poche, magari potremmo coinvolgere qualcuno e far capire che già parlarne è un primo approccio, almeno si riflette e ci si interroga sulla cosa. Secondo me tanti vanno per istinto, senza riflettere davvero, la chiesa poi dovrebbe aiutare in queste cose ma non mi pare faccia molto, io non sono cattolico ma non capisco come in un paese cattolico questo non debba sembrare normale, oppure si chiacchiera e basta.

Dottor Nuvola

24 pensieri su “Un argomento difficile

  1. ciao nuvola sono sandro
    e ciao morena sono ancora sandro, un amico di nuvola

    mi piacciono questi vostri post insieme, mi piacerebbe che questi che prendete in esame fossero argomenti di discussione diffusi nella popolazione… è vero su internet si trova di tutto, anche tante cose belle e buone, e se uno si sa scegliere bene i siti si può creare un ambiente favolosamente positivo e produttivo, tuttavia mi piacerebbe vedere tale ambiente per strada, la strada di tutti i giorni: perché non è la norma?

    io sono a valencia in erasmus, e qui la scorsa settimana c’è stata una delle + grandi feste della spagna, una cosa mostruosa, un delirio pazzesco. nel delirio ho trovato persone buone ma anche devastazione: gente (la maggioranza o così pareva) che strappava fiori dai vasi e li tirava per strada; gruppi di ragazzi che urlavano per strada “froci, froci!”; ragazzetti che guardano perennemente con lo sguardo di sfida, e altro ancora…
    dov’è la civiltà per strada? intendo la capacità di mettersi nei panni degli altri… non dico che non ci sia, però è sconsolante vedere il razzismo dilagare come sta succedendo in italia (sia chiaro, qui in spagna secondo me sono più avanti, in questo, che da noi)

    non lo so, tutti quelli che odiano il razzismo dovrebbero far qualcosa… io mi faccio una maglietta, ci scrivo W GLI IMMIGRATI o qualcosa del genere e ci vado a giro… l’unica cosa che mi dispiace è essere in spagna e non in italia…

    sandro puggelli

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  2. @ sandro
    ciao. benvenuto nella discussione.
    spero che riesca a commentare anche nuvola.

    per rispondere alla tua domanda ” mi piacerebbe che questi che prendete in esame fossero argomenti di discussione diffusi nella popolazione… è vero su internet si trova di tutto, anche tante cose belle e buone, e se uno si sa scegliere bene i siti si può creare un ambiente favolosamente positivo e produttivo, tuttavia mi piacerebbe vedere tale ambiente per strada, la strada di tutti i giorni: perché non è la norma?” metto qui la mia riposta alla mail di Federico:
    “Sforzarsi per capire sembra che sia l’unica cosa non possibile in questo periodo. Secondo te, quante persone hanno voglia di sforzarsi? Quante mettono a disposizione un po’ della loro anima per dividerla con gli altri?
    Ecco, ti sei già risposto?
    Quanta tolleranza vedi sull’autobus? Neanche un po’?”

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  3. Ehi! Si parla anche di me e del mio Daniele quassù! 🙂

    Eh, sì, sono tempi bui questi per la conoscenza dell’altro, vige la paura, la diffidenza, il timore di perdere ipotetici privilegi.
    E tutti, dico tutti, stranieri compresi, tendono a barricarsi dentro le proprie difese, ognuno con le proprie motivazioni.
    A scuola (mi dispiace finire sempre per parlare di scuola, ma credo che questa sia uno specchio abbastanza fedele della situazione sociale) ho diversi bambini di nazionalità diverse che sono stati accolti con apertura e disponibilità dai bambini italiani con i quali hanno stretto legami e amicizia. Questo finché il rapporto rimane confinato entro le pareti scolastiche, poi, una volta all’esterno, vedo le famiglie molto più esitanti nell’accettare che si continuino questi rapporti, diventano selettive, discriminanti.
    Ma quelle poche che si offrono e dimostrano disponibilità e desiderio di contatto fanno una fatica del diavolo, perché si scontrano con pachistani, indiani, marocchini, albanesi, musulmani in genere, incapaci di pensare che possa esserci anche un altro modo di intendere la vita, la religione, le tradizioni.
    Non ho mai sentito un bambino italiano offendere un compagno di altra nazionalità, ma spesso assisto a insulti feroci tra bambini di etnie diverse.
    Venerdì ho provato un bel gioco in classe, ponendo sulle teste dei bambini una fascetta con un ruolo da interpretare, senza peraltro che loro potessero vederlo. Così ognuno doveva capire chi fosse attraverso il comportamento degli altri.
    Ovviamente oltre a ruoli molto comuni, ho inserito anche quelli “scomodi”, immigrato, zingaro, mendicante, ecc.
    Nella discussione fatta successivamente, sono stata lieta di ascoltare dalle loro bocche questo spontaneo commento: “E’ difficile mettersi nei panni degli altri, per farlo bisogna conoscere chi è l’altro, solo così lo possiamo capire”
    Be’, mi sembra che abbiano capito molto, se non tutto l’indispensabile.
    Ora dovranno mettere in pratica! 🙂

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  4. Rispondo primna a Sandro salutandolo con affetto (anche Maria sia chiaro) poichè è un pezzo che non lo vedo e spero di rivedere tutti e due molto presto, bella l’idea della maglietta, potrebbe essere un’azione possibile e abbastanza facile da fare, adesso invece rispondo a Donatella, leggo nel suo commento queste parole che riporto qua di seguito:

    “Ma quelle poche che si offrono e dimostrano disponibilità e desiderio di contatto fanno una fatica del diavolo, perché si scontrano con pachistani, indiani, marocchini, albanesi, musulmani in genere, incapaci di pensare che possa esserci anche un altro modo di intendere la vita, la religione, le tradizioni.”

    Ecco secondo me il problema sta proprio nel verbo “Scontrano” poichè questo verbo implica tutta una serie di cose poco positive, utilizzare verbi come “Affrontano” oppure “discutono” implica già un dialogo. Inoltre non penso si possa dire che una etnia è incapace di pensare, casomai delle persone si può dire ma non delle etnie, per cui finchè non si dirà “Abdul non è in grado di pensare” oppure “Miroslava non si pone bene nei nostri confronti” non ci sarà integrazione piena, sarebbe come dire italia uguale mafia, io sono italiano ma non mafioso, per cui basta per favore coi luoghi comuni, la tv e i giornali ne sono già fin troppo pieni e non serve altro per fomentare l’odio, impegnamoci a trovare il buono non il cattivo (è ovvio che c’è anche quello ma non vediamo solo quello). Parlare per etnie è troppo facile e scontato. Aggiungo adesso un bel pezzo scritto da una mia amica scrittrice, stiamo realizzando un format radiofonico e abbiamo pensato di fare delle interviste impossibili chiedendo a dei personaggi defunti cosa ne pensano di problemi contemporanei (poichè a me manca per esempio l’idea di De Andrè o di Gaber su una cosa e mi piacerebbe potessero ancora intervenire, avrebbero molto ancora da dire secondo me) il primo personaggio trattato è Eduardo De Filippo sull’argomento del razzismo e questa sarebbe la sua risposta secondo noi:

    Signor De Filippo che cosa ne pensa del razzismo in Italia?

    Che devo dire. C’è sempre stato. Quando i napoletani andavano al nord venivano trattati come mappine. E ora non vogliono i Rom vicino ai bassi. L’uomo non si giudica per il paese dove è nato. Come dire tu sei nato a posillipo e non ha voglia di lavorare, io sono nato ai Navigli e sono onesto. Tu sei di Bucarest e sei ladro, tu sei di Palermo e sei mafioso, tu sei napoletano e sai cantare. Si generalizza, qui si generalizza e quando si generalizza si fa il razzismo. Ci vorrebbe un mondo senza stati, solo vie, piazze, ponti. Uno parte dalla piazza del municio di Mosca e arriva alla piazza del duomo di Torino. E non dice prima stavo a Mosca mo sto a torino, ma prima stavo in piazza del municipio e mo sto in piazza duomo. Lasciare la famiglia, la lingua, gli amici, la casa è fatica e se uno sta fatica la fa è perché l’adda fa. Non si emigra per divertimento. Non è che uno dice sai che faccio, quest’estate mi regalo una bella vacanza a Villa Literno a cogliere i pomodori, dentro le baracche ammassati come gli animali. E poi dice la delinquenza. Non sono i delinquenti poveri che mi fanno paura. Lì ci sta la necessità. E’ il delinquente che non tiene bisogno di niente quello che fa veramente impressione. Il problema del razzismo è la mancanza di curiosità. Solo il fesso è razzista, perché il fesso è impermeabile alla curiosità. Ma comm….tu ti trovi davanti questo po’ po’ di novità e non ti viene lo sfizio pe nu momento di saperne un poco di più. No niente. Ti metti gli occhiali del razzismo e tutto quello che era colorato diventa bianco e nero. E quindi come dicevo il razzismo c’è sempre stato, perché sempre ci sono stati i fessi.

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  5. io invece non concepisco come i governi che dovrebbero essere i primi a dare il buon esempio siano sempre a fomentare la paura e di fatto l’odio nei confronti “degli altri”..
    due parole che non riesco ancora a digerire nella mia mente sono le parole CLANDESTINO e EXTRACOMUNITARIO…parole tanto di moda oggi che vengono usate e commercializzate a sproposito..ma che vogliono dire di fatto? chi ha deciso che io sono Italiana e posso stare in Italia con tutti i privilegi del caso mentre altre persone no? e poi cosa sono i confini di una nazione? chi l’ha deciso?
    forse dovremmo porre di piu’ l’accento sulle persone in quanto tali prima di classificarle.
    In questi mesi ho imparato molto.In questo momento vivo in Spagna e qui mi sono messa a lavorare in una specie di centro/doposcuola per i bambini del quartiere( aggiungo che il quartiere e’ molto malfamato e spesso questi bambini sono figli di prostitute,extracomunitari,rom). E’ un’esperienza esaltante!!!! tutti sono disponibilissimi e quest’aria positiva si respira e la respirano tutti…ognuno ha le sue difficolta’ ,bambini,genitori,volontari, date proprio anche dalla multiculturalita’,ma nonostante questo tutti si danno una mano perche’ l’importante e’ l’intenzione e la buona volonta’.Qui si insegna ai bambini a rispettarsi.
    un bell’ esercizio sarebbe che ogni persona si impegnasse a conoscere in maniera profonda un’altra persona,possibilmente proveniente da un paese diverso,

    ……a proposito ciao Nuvolaaaa!!!!!!! ciao Morena!

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  6. @ Maria:
    Premetto che nn ho ancora letto tutta la discussione (lo farò quanto prima con la calma che merita); credo che non abbiamo insegnato ai nostri giovani, oggi sempre più spesso figli unici, il valore della condisione; abbiamo loro dato tutto, anche al di là delle nostre possibilità e loro hanno imparato a tenersi ben stretto tutto ciò che hanno conquistato senza alcuno sforzo e a pretendere da chicchessia senza dare niente in cambio.
    Abbiamo creato dei mostri, che talvolta si ribellano agli stessi genitori, fino ad arrivare a perpetrare addirittura delle stragi (v. Novi Ligure).
    Ma noi adulti non siamo da meno, purtroppo, e i recenti tentativi di istituzionalizzare l’apartheid anche in Italia ne sono la prova. Non ho parole!

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  7. Salve! Anche io sono un’amica di nuvola.
    Quello che ho letto, i vostri commenti, mi scorrono dentro e mi sembra di leggere parole mie.
    Mi verrebbe da dire: “Il punto è che…” e poi fiumi e fiumi di parole. Invece forse il punto è che ci sono troppi punti.
    Troppi centri della discussioni, troppi noccioli.
    1)Si può dire che la storia insegna che il razzismo in un paese si accentua quando le cose in quel paese già vanno male.Ed è vero.
    2)Si può dire che abbiamo paura di quello che è diverso, perchè spesso quello che non accettiamo dell’altro è qualcosa che a sua volta abbiamo dentro di noi, e non riusciamo a risolvero, a accettarlo; credo che spesso nell’altro vediamo riflesso un problema che ci portiamo dentro noi e per corrispondenza, ci infastidisce particolarmente perchè non riusciamo a gestirlo in pieno dentro di noi. Proprio a questo sono arrivata tramite un discorso che mi fece una volta nuvola: Se io ho un problema con chi è sempre in ritardo, ogni volta che incontrerò qualcuno in ritardo mi arrabbierò e la rabbia crescerà. Se invece io risolvo questo problema, accetto il fatto che tu possa essere in ritardo, aspetto 5 minuti, poi ti chiamo e ti dico che oltre non posso aspettare, ma non mi arrabbio, allora io ho risolto il problema con tutti quelli che sono in ritardo. Son riuscita a spiegarmi?
    3)si può dire che il razzismo crea aggregazione, del resto quando due persone parlano di disapprovazione verso una terza persona e ivi si trovano d’accordo, si crea un legame diverso tra loro due: proprio come quando da piccoli, alle elementari, le ragazzine parlavano male della terza ragazzina. Quelle due diventavano automaticamente “amichette del cuore”. Mi torna allora alla mente una frase che sentii durante una lezione di storia, su cosa portò un’alleanza così stretta tra Italia e Germania: “Niente unisce due entità come il compiere assieme un delitto”.

    Insomma, i fulcri sono tanti, i motivi per i quali il razzismo sembra ora essere quasi di moda, altrettanti. E credo sia per questo che le soluzioni si trovano difficilmente. Però ci sentiamo ancora liberi di pensarla diversamente, e questo non mi sembra poco importante. Anzi è bello, è costruttivo, e conferma quanto grandi possono essere le persone.

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  8. Torno per rispondere a Nuvola.
    Nelle mie parole che lei ha riportato rileva che il termine “scontrano” implica cose poco positive. Verissimo.
    Ma alle volte le parole sono descrittive di una realtà. E quello che volevo dire era proprio questo. Culture diverse che entrano in collisione su alcuni aspetti del vivere quotidiano. Non è certamente edulcorando il termine che si rende meno reale questa realtà.
    So benissimo che spesso le categorie comportano una semplificazione, un uso massiccio dello stereotipo, e questo non aiuta a entrare veramente in contatto, al contrario induce a parlare e ad agire basandosi su astrazioni.
    Ma quando dico Pachistani, nel mio piccolo, indico, ad esempio, la famiglia Soreen o la famiglia Bibi che mandano le loro figlie nella scuola dove insegno. E la loro visione della vita sociale è condizionata, come è ovvio, dalla cultura di appartenenza, nella quale le femmine rappresentano uno scarso valore, su cui non conviene investire perchè andranno spose molto presto, senza costituire nessun vantaggio per la famiglia d’origine.
    Be’, io non posso non scontrarmi con questa idea che nega i diritti fondamentali di una persona. Che Iqra venga a scuola o meno, che impari o no, a loro poco importa. A me sì. E farò di tutto perché in quelle famiglie possa esserci qualche incrinatura nelle loro convinzioni. Diciamo che sono disposta a “scontrarmi”, nel senso che non mi bastano i loro inchini e i loro cenni del capo quando faccio loro presente che la bambina ha il diritto di imparare, di conoscere, di capire e pretendo che frequenti con regolarità.
    Sarò razzista. Forse.

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  9. Rispondo a Donatella, bene allora non usare la parola pachistani ma un nome e cognome, è meglio credimi! Comunque non volevo dire edulcorare un termine ma cambiarlo proprio, cioè togliere alcuni verbi e metterne altri implica una comprensione diversa dell’altro, le parole sono importanti (come dice Moretti in Palombella rossa) ed è vero, le parole che usamo e la loro scelta indicano profondamente un pensiero e se cambiare il pensiero a volte è molto dificile iniziamo dalla cosa più facile, cambiamo le parole di riferimento e tutto sembrerà diverso, non perchè sembrerà diverso, ma perchè lo sarà davvero, credimi che quando fuori dall’ospedale vestito da clown abbraccio la ragazza rom che chiede l’elemosina, la saluto le persone non capiscono perchè lo faccio, qua neanche lo spiego poichè a me sembra naturale, se poi qualcuno vuole spiegazioni me le chieda pure, vedrò allora di farlo.

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  10. Vi ringrazio tutti della bella partecipazione e dei contributi interessanti.
    Purtroppo in questi giorni sono in giro e non riesco a commentare in modo adeguato ma continuate a scrivere commenti. Qualcosa uscirà. Parlare e confrontarsi è sempre positivo. Credo che anche questo sia un passo ‘giusto’.

    vi abbraccio tutti e chiedo scusa al mio amico Nuvola che ho lasciato un po’ solo a rispondere. Ma lui se la cava benissimo 😉

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  11. Volevo dire che quell’abbraccio acquisterebbe ulteriori significati se venisse fatto con gli abiti di ogni giorno, quelli comuni della vita quotidiana.
    Vestito da clown può essere interpretato come una burla ad effetto, uno scherzo, non come un messaggio di apertura e di empatia, come sembra, in verità, essere per te.

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  12. Ti assicuro che non viene preso come una burla e poi ormai sono più spesso vestito da clown che no per cui per me veramente sono abiti normali e ti assicuro anche che questo si avverte chiaramente, diciamo che è come farlo vestito da infermiere o da tranviere, un abito da lavoro, quello è per me, inoltre rende più ufficiale la cosa facendolo in ospedale dove lavoro, la cosa differente rispetto agli abiti normali è che vestito da clown è molto più facile in quanto le persone sono con me più aperte, anche i Rom, che normalmente non si fiderebbero e poi ti dico la verità….io di lavoro faccio l’attore ma l’unico momento in cui non recito assolutamente è quando sono clown, Nuvola sono proprio io, è l’unica volta che vado in scena indossando la fede al dito (che normalmente tolgo poichè faccio un personaggio e non me stesso), quando faccio il clown racconto e porto a giro la mia vita vera, quella più interna e vera, ti assicuro che si vede e si percepisce molto chiaramente e sono più vero là che quando faccio altre cose poichè là mi impegno a portare proprio me stesso senza compromessi nè mezze misure, poi sta a voi crederci o meno, per me è davvero così e chi ha lavorato con me o mi ha oncontrato te lo potrebbe assicurare tanto che ormai per molte persone sono solo Nuvola e non più Federico e se tu chiami Nuvola io mi giro molto prima che non chiamandomi Federico, tant’è.

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  13. Credo che farebbe bene a tutti fare un esperienza all’estero anche da italiani (che sono quasi dappertutto considerati degli stranieri di serie A , rispetto a romeni, albanesi, bulgari ma anche e soprattutto iracheni, curdi, afghani.
    Sei mesi d’Inghilterra (senza andare in posti dove la vita è davvero dura e la cultura completamente diversa, ma nel nord del paese, dove niente è cool) senza contatti con connazionali farebbero capire ai più acuti e sensibili, che cosa è essere in una terra dove non ci si puo’ spiegare e non si capisce nulla; i soliti ottusi resteranno invece razzisti anche in terra straniera continuando a credere che solo il loro popolo è quello giusto.
    Conoscere le persone, le culture, le situazioni è abbattere la paura dell’altro ma per gli esseri troppo ottusi e impauriti non credo ci sarà mai una cura.
    In Francia e in Inghilterra ci sono molti più stranieri che in Italia, e molto meno razzismo. Auguro quindi al mio paese molti, ma molti più stranieri!

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  14. cara Donatella, io credo che il punto fondamentale sia un altro rispetto all’essere vestito da clown o meno, e mi permetto di dirtelo perché ho abbracciato barboni, vecchi, bambini e malati e sani sia vestito da clown che vestito normale.
    non c’è un modo migliore di farlo quando sai metterti nei panni degli altri e sei sincero nelle tue azioni: ogni modo, ogni vestito porta con sé delle caratteristiche, ma ciò non vuol dire che abbracciare una ragazza “zingara” vestiti da clown sia meglio o peggio che vestiti “normali” (mio Dio l’aggettivo “normali” applicati ai vestiti no eh? la moda cambia di anno in anno e i vestiti che abbiamo oggi parranno sicuramente RIDICOLI alle prossime generazioni… basta pensare a quegli degli anni ’80, per non andare troppo in là…)…
    la zingara che dice nuvola la conosco, e ti posso garantire che non è scontenta di quell’abbraccio…

    a proposito poi degli atteggiamenti “seri”, o “normali”.. jacopo fo spiega dal 6° minuto e 47 secondi in poi di questo video ( http://www.youtube.com/watch?v=fLS0sWWAe9c&eurl=http%3A%2F%2Fwww.jacopofo.com%2F&feature=player_embedded ) perché anche quando parla di argomenti “seri” compare sempre con addosso un oggetto strano, un po’ clownesco… è quantomeno interessante ciò che dice.

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  15. posso inserirmi nella conversazione anche se finora non sono stata presente?

    penso che l’abbraccio che si riceve da una persona vestita da clown venga accettato meglio che se venisse da una persona in abiti ‘normali’ (anche se per me ‘normale’ è una parola che non esiste).
    o no?

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  16. Non ho usato io la parola “normale”, che per me è solo un’astrazione, non riscontrabile nella realtà.
    Non metto in discussione il valore dell’abbraccio che è sempre un gesto di ricerca dell’altro e di affetto.
    Dico che se la ragazza rom non è mia sorella, mia madre, mia amica ed io l’abbraccio, voglio con quell’abbraccio indicare molto di più di un gesto affettuoso, riempio quell’azione di un significato ulteriore.
    Dico: ” Voglio farti sapere che, a differenza di tanti altri, io sono con te, con tutti quelli che come te vengono rifiutati e disprezzati, solo in nome di un pregiudizio.”
    Se a fare questo è l’uomo (o la donna) della strada, quello che le passa accanto e la incontra ogni giorno all’angolo, l’atto acquista un valore ancora più potente.
    Se poi Nuvola dice che lui si sente più a suo agio nei panni di clown, dai quali si sente meglio rappresentato, a me sta benissimo e ne sono contenta.
    Ma il gesto sarà davvero dirompente quando lo farà anche un Federico qualsiasi, uscendo dall’ospedale in cui lavora.

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  17. @donatella…bèh sì, magari lo facesse una persona qualsiasi – anzi tante ancora meglio -, questa cosa di abbracciare una zingara! vorrebbe dire che non ci sarebbe quasi + razzismo per la città.. sarebbe bellissimo se
    non solo lo facesse chi si veste da clown, ma tutti appunto..
    in effetti io non distinguo nuvola dagli altri “uomini della strada”, lo considero uguale a chi non è clown…

    io personalmente la direi così: “come sarebbe bello che ad abbracciarla non ci fossero solo genti come nuvola che – vestiti o meno da clown – stanno andando a fare esplicitamente, quasi di “mestiere”, “opere di bene” (passatemi la banalità, si fa tanto per capirsi!), ma anche gente normale che sta andando per es. in banca”… vorrebbe dire che tutti si sarebbero trasformati in persone che fanno “opere di bene” a prescindere dai propri vestiti (non so se mi sono spiegato… speriamo 🙂 )

    per quanto riguarda la parola “normale” non stavo facendo una critica a te! stavo commentando la parola che io stesso avevo usato… e siccome non mi piaceva ci avevo aggiunto una precisazione! 🙂

    @ morena… bèh, questa cosa che dici tu è in effetti ciò che ha spinto Patch Adams a vestirsi da clown: cercava di avvicinarsi il + possibile alle persone e ha trovato che essere un buffone rendeva l’avvicinamento più facile…
    per lui vestirsi da clown è un mezzo per amare… questo almeno è quello che ho capito io

    un abbraccio a tutti! (rimanendo in tema)

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  18. vorrei a questo punto aggiungere due righe a quelle di Sandro su Patch Adams, il punto è che nella nostra società se ti vesti “strano” tutti o quasi ti permettono di fare delle cose che normalmente non potresti azzardare, ti riconoscono il ruolo di “fool”, di pazzo, per cui va bene tanto non sei uno come loro per cui puoi farlo e loro non si sentono infastiditi da questo, anzi. il bello della cosa è che sotto i vestiit c’è un essere umano ed è quello che fa il gesto, io uso il naso rosso come mezzo e non come fine, ossia mi serve a rompere dei muri in maniera vloce e semplice, solo questo. Inoltre quando lavoravo a Grosseto e dovevo farmi due ore di auto per arrivare, soprattutto d’estate col caldo, sarei arrivato impresentabile e allora mi vestivo in ospedale, prima di uscire mi cambiavo e poi andavo a prendermi un caffè al bar ma il vestito da clown, se lavori bene, ti rimane appiccicato addosso almeno un paio d’ore, anche quando lo hai tolto ed è così normale che continui ad agire nello stesso modo, non ci crederete ma se al bar accarezzavo la testa di un bambino mentre prendevo un caffè la gente mi guardava male, sembravo un maniaco ai loro occhi, bene questo per capire l’importanza di un costume in relazione alle persone, per cui io indosso il costume per avvicinarmi di più, poi però loro parlano con me e si relazionano con me non con un ipotetico Nuvola (che non esiste in quanto sono io con una roba addosso e basta) per cui se questo serve ad approcciarsi mi va bene, è ovvio che mi piacerebbe farlo anche senza costume, e a volte ce la faccio, ma è più difficile. Provate a vestirvi strani e prendere l’autobus che prendete sempre per andare a lavoro, vedrete che noterete delle cose diverse e parlerete con semplicità a tante persone in più, fatelo e popi fatemi sapere i risultati e soprattutto se vi siete sentiti altre persone, secondo me vi sentite sempre voi ma più aperti, la magia del teatro non esiste a caso ed è un esperimento che va avanti dalla notte dei tempi, un sens ce lo avrà no?

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