Follia di Natale – un racconto di Davide Piazzi

gif23Era la sera del 24 dicembre, e al giovane appuntato dei carabinieri Domenico Ferioni era toccato il turno di piantone nella piccola stazione dell’arma situata in un quartiere periferico della città. A chi, se non a lui, l’ultimo arrivato, poteva andare quel compito ingrato? In servizio c’erano soltanto altri due suoi colleghi, impegnati nelle operazioni di ronda sulle vetture di servizio. Gli stessi che pochi minuti prima gli avevano portato quello strano individuo che ora si trovava seduto davanti a lui, avvolto in una coperta scura di lana pesante che gli lasciava scoperta soltanto la testa.
«Prego, fornisca le sue generalità».
«Natale Babbo, ma mi chiami pure Nat».

In effetti, il periodo era quello giusto. Si era arrivati a quella data con grande fatica, dopo un anno di duro lavoro e incarichi divenuti sempre più pericolosi. Così almeno la pensava l’appuntato, intento a interrogare quell’uomo che era stato “tradotto nella locale caserma dei carabinieri”, così come il giovane militare aveva diligentemente scritto nella seconda riga battuta a fatica con la tastiera del computer.

«Senta, è tardi e fa pure freddo, e io non ho voglia di fare dello spirito. Mi dica il suo nome e il cognome».
Il soggetto lo guardò stranito, come se fosse l’altro quello che se ne andava in giro per la città completamente nudo, con indosso soltanto un ridicolo cappello rosso a cono sormontato da un fiocco bianco.
«Gliel’ho detto, io mi chiamo Natale Babbo».
«Sì, certo, e mia sorella è la Befana». Rispose spazientito il militare.
«Davvero?» fece l’altro stupito. «Me la dovrà presentare, un giorno. Ho sentito spesso parlare di lei, ma non l’ho mai vista. Non ci siamo mai incontrati».
«Forse perché lei, signor Babbo, arriva prima, mentre mia sorella si presenta soltanto alcuni giorni dopo». Replicò con tono caustico il carabiniere.
«Sì, già, deve essere proprio così, non ci avevo pensato». L’uomo annuì con convinzione.
L’appuntato Domenico Ferioni si chiese chi dei due in quel momento sarebbe sembrato più folle, agli occhi di un estraneo. «Ma la smetta, ma cosa dice? Lei si sta mettendo nei guai, lo sa?». Lesse ciò che stava scritto nel verbale d’arresto: “girava nudo per strada cantando a squarciagola motivetti natalizi”.
«Esatto!» confermò divertito l’altro.
«E le pare normale?». Sbatté il foglio sulla scrivania e si protese in avanti col busto.
«Beh, se io fossi Napoleone o qualcun altro, direi proprio di no. Ma visto che io sono…».
«Babbo Natale».
«Bravo».
«Grazie».
Il carabiniere si strofinò stancamente il viso con una mano. Si trovava davanti a un folle completamente nudo, con un cappello rosso in testa, privo di documenti e senza alcuna voglia di collaborare.
Si prospettava una lunga notte.

Doveva cercare di saperne di più sul conto di quel tizio. Forse, facendolo parlare ancora, sarebbe riuscito a ottenere informazioni utili per scoprire chi fosse. Qualche elemento che lo potesse far risalire alla famiglia dalla quale doveva essere sfuggito o, più probabilmente, all’ospedale psichiatrico dal quale era probabilmente evaso. Non gli importava da dove venisse, ma sarebbe stato ben lieto di accompagnarlo in quel luogo anche con la propria autovettura, pur di liberarsi di lui al più presto.
Aveva inviato una segnalazione ad altre caserme. Sperò che da una di esse gli arrivasse qualche informazione su quello strano personaggio.

«Allora, signor Natale Babbo,» finse di stare al gioco «Natale è il nome o il cognome?».
«Il nome». Si avvolse meglio attorno alle spalle la coperta di lana che gli era stata messa addosso nel momento del fermo.
«Bene, stavo dicendo, signor Natale, che lei è stato fermato circa mezz’ora fa in via dell’Arcoveggio, dove se ne andava in giro completamente nudo, fatta eccezione per…». Indicò il cappello rosso che portava sulla testa.
«Già».
«Già. E mi vuole dire come ci è arrivato lì?».
L’altro gli rivolse un sorriso paternale, quello che si è soliti adoperare quando si ha a che fare con un bambino che fatica a capire una cosa semplice e ovvia.
L’appuntato notò quello sguardo che gli parlava d’ironia e compassione. Temette di intuire la risposta. «Non vorrà dirmi che è arrivato con la slitta e le renne?». Porca miseria, questo è pazzo forte pensò.
«Ma quali slitta e renne? Ho preso il 14 e sono sceso in via Rizzoli».
È pazzo, ma conosce i mezzi pubblici. «Molto bene, signor Natale. Benissimo. E dove l’ha preso il 14?».
«L’ho preso alla zona industriale Roveri».
Il militare scrisse l’appunto su di un foglio.
«Adesso mi vuole dire perché girava completamente nudo in mezzo alla strada?
«Mi hanno rubato i vestiti».
«Chi?».
«Non so chi fossero. Erano molto piccoli, con i capelli a caschetto e gli occhi piuttosto stretti e allungati. Folletti, presumibilmente».
«Folletti». Ripeté l’altro in modo automatico.
«O cinesi».
«Cinesi?».
«Già. Oppure, più probabilmente, folletti cinesi».
Il carabiniere restò qualche istante con la bocca spalancata.
«Lei è pazzo, lo sa?». Le parole uscirono d’istinto dalla bocca dall’appuntato.
«Oh, grazie. Anche lei non sta andando male, complimenti» replicò prontamente Natale e rise di gusto.

Il ronzio del fax si sovrappose alle loro voci. Il carabiniere si alzò dalla sedia e si posizionò davanti all’apparecchio per vedere cosa stesse arrivando.
Si trattava della risposta alla richiesta d’informazioni che aveva inviato a tutte le altre caserme dei carabinieri dell’intera provincia di Bologna, e alla questura. La foto che aveva scattato con la fotocamera digitale non avrebbe vinto nessun concorso di fotografia, ma gli era riuscita sufficientemente nitida da consentire ai colleghi della stazione di Bazzano di riconoscere l’uomo, purtroppo a loro già tristemente noto.
L’appuntato sollevò un attimo lo sguardo per osservare l’altro, che se ne stava tranquillamente seduto intendo a giocherellare con una grossa matita colorata trovata sulla scrivania.

Il carabiniere cominciò a leggere il rapporto dettagliato appena arrivato. Su quel foglio, in poche righe, trapelava l’intera vita di quell’uomo. La sua storia divisa in due da un evento tragico e drammatico.
C’era un “prima” fatto da una moglie e un figlio, con un lavoro sicuro e una serena quotidianità famigliare da portare avanti con dignità e orgoglio.
Poi c’era un “dopo”, costellato da un’infinità di bicchieri sempre troppo vuoti e da giorni, mesi, anni di solitudine attraversati da una mente divenuta instabile.
A dividere i due momenti, il giorno maledetto in cui il figlio si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, tra le pistole e i bersagli degli uomini che, dentro la loro Uno bianca destinata a diventare tristemente famosa, andavano in giro infangando le loro divise blu da poliziotti.
Quando finì di leggere, aveva il groppo in gola.

«Allora? Cosa c’è scritto lì? » indicò il foglio nelle mani dell’altro. «Che sono pazzo?». Fece un sorriso tirato.
«Ma no, che dice. Non c’è scritto nulla di simile». Chinò la testa senza riuscire a trovare nient’altro da aggiungere.
L’uomo col buffo copricapo si rivolse ancora al militare. «Hanno detto che negli ultimi istanti ha cercato di strapparsi via i vestiti dal petto, tanto gli dovevano bruciare le ferite. L’hanno lasciato là a terra al freddo, mezzo nudo, a morire come un cane. Peggio di un cane».
Ci furono lunghi istanti di silenzio, rotti appena dai loro respiri pesanti.
«La prego, appuntato, la prego», riprese l’uomo. «Non si faccia vedere da me con quella faccia triste e scura. Ho bisogno di tutt’altro: di gente felice, di canti allegri, di piccole pazzie che mi consentano di continuare a provare seppur deboli brividi nella schiena che, incredibilmente, mi fanno quasi sentire ancora vivo. Quindi, per favore, niente occhi tristi. Faccia il suo dovere: mi arresti, mi butti da qualche parte e mi lasci cantare e urlare finché ne avrò la forza».

Era trascorsa circa mezz’ora, quando la vettura superò i viali con i lampeggianti accesi e la sirena spenta. Un rapido giro in via Ugo Bassi e poi via, veloce e diritta verso il cuore della città, in piazza del Nettuno. Posteggiò l’automobile di servizio vicino agli archi dei portici di via Rizzoli. Spense il motore e tolse le chiavi dal quadro. L’appuntato Domenico Ferioni fece un profondo respiro e si guardò attorno un istante. Scacciò a fatica l’ultimo dubbio dalla propria mente. «È pronto?».
«Sì», rispose l’uomo col cappello da Babbo Natale che stava seduto dietro. «E lei?».
Il militare preferì non rispondere. «Andiamo».
Le portiere si aprirono simultaneamente.

Quella notte, in pieno centro, due strani individui completamente nudi furono visti correre a perdifiato tra i passanti increduli, cantando a squarciagola stonate filastrocche natalizie. Questo fu ciò che riferirono il giorno dopo alcuni dei presenti che se li erano visti sfilare davanti.
Qualcuno di loro sarebbe stato disposto a giurare che in quella nella notte fredda, nella piazza gremita di gente, quei due pazzi sembravano essere gli unici davvero felici.

Davide Piazzi

Altre informazioni su Davide Piazzi: http://davide-piazzi.blog.kataweb.it/

8 pensieri su “Follia di Natale – un racconto di Davide Piazzi

  1. Ringrazio Davide (di corsa) per questo bellissimo racconto.
    In verità dovrebbe andare nella pagina natalizia di cui sotto ( e ci andrà certo), ma l’ho messo anche qui in evidenza perché, essendo arrivato dopo gli altri, molti se lo perderebbero.

    e ora scappo a far del male al pianoforte del mio Maestro.

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  2. @ sancla: grazie. immaginavo che se lo avessi messo solo nella pagina, non lo avreste letto.
    E’ un racconto che merita attenzione. E poi, sarà che Davide racconta sempre della città che ci accomuna, io nei suoi racconti mi sento a casa.
    Il 14, la fermata Roveri, Ugo Bassi, il Nettuno, sono tutte cose familiari.
    E il riferimento alla Uno bianca, molto doloroso certo, e per noi di Bologna molto presente e ancora vivo, fa entrare il racconto nella dimensione del reale e offre quello spunto in più al testo: cronaca e riflessione.
    Bravo Davide.

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  3. Grazie a tutti per i commenti positivi, e un grazie particolare a Morena, che d’ora in poi non si potrà più definire, in senso letterario, una “critica”, ma dovrà farsi chiamare “troppo buona”.

    Il mio non è un racconto di Natale nel senso più stretto e classico, ma vuole essere uno spunto per strappare un sorriso e concludere con una riflessione.

    Lady Ginevra, hai colto nel segno col tuo commento.
    La solidarietà troppo spesso è “distante”. Versiamo un contributo su di un conto corrente, mandiamo un sms, facciamo una telefonata, ma troppo spesso ci dimentichiamo di quanto sia importante un abbraccio, una stretta di mano, un sorriso. Essere vicini alle persone che hanno bisogno.

    Se io soffrissi o fossi solo, non ci sarebbero soldi a sufficienza da barattare con una carezza o un bacio sulla fronte.

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  4. Grazie Davide. Il concetto della solidarietà “vera” è un concetto che ho particolarmente a cuore.

    Il “ti penso”, “ti ho nel cuore”, “quando sento queste cose mi sento male” aiutano ben poco il prossimo.

    Il primo passo per andare verso l’altro è “diventare” l’altro: questo non significa che per capire un drogato ti devi bucare e q.a., ma semplicemente che la comunicazione può avvenire solo sullo stesso piano, e quindi dobbiamo fare lo sforzo di chiudere gli occhi, e aprire dentro di noi quelli dell’altro.

    *** altrimenti è sterile monologo ***

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