Intervista impossibile a Gabriele d’Annunzio

 
 

gabriele0001Intervista impossibile a Gabriele d’Annunzio – di Morena Fanti (dalla rivista VDBD secondo numero)

D. Caro d’Annunzio, la ringrazio di avermi ricevuta con così breve preavviso. E’ stato molto gentile.

R. Mia cara, dovete sapere che io non rifiuto mai l’opportunità di incontrare una Bella Donna.

D. Non capisco se mi sta lusingando o se fa riferimento al nome della rivista… Bene, allora iniziamo. Prima il dovere e poi il piacere.

R. Ora siete voi, mia cara, che fate allusioni. Volete per caso, parlare del mio romanzo?

D. Sì, certo. Confesso che ne sono affascinata. Ci sono tante curiosità da soddisfare. Lei scrisse Il piacere tra luglio e dicembre del 1888, dopo una lunga gestazione e dopo avere annunciato più volte in passato, ai suoi amici e anche ai lettori, che stava lavorando ad un romanzo. Ci racconti, per favore, perché per lei era così importante riuscire a scrivere questo suo primo romanzo. In quegli anni lei era già molto conosciuto. Che cosa l’ha spinta a impegnarsi in questa stesura?

R. E’ vero, ero già molto conosciuto e apprezzato, però sentivo di aver bisogno di un riconoscimento ufficiale. Io desideravo essere ricordato come un uomo che aveva compiuto grandi imprese, e nella scrittura l’unico risultato che sentivo degno del mio talento era, naturalmente, il romanzo. Un grande romanzo era ciò che sentivo di dover scrivere. Tutti i miei sforzi dovevano essere indirizzati a questo scopo. Il resto dei miei impegni mi sembrava tempo sprecato.

D. Negli anni precedenti la stesura de Il Piacere, dal 1884 al 1888, lei lavorò per il giornale La Tribuna a Roma. Cosa le procurò questa sua esperienza lavorativa?

R. Negli anni in cui lavorai per il giornale La Tribuna scrivevo servizi di cronaca e, anche se questo lavoro mi forniva molte occasioni mondane e mi permetteva di frequentare feste e persone interessanti, io sentivo di sprecare il mio tempo. L’impegno giornalistico mi distraeva da ciò che era il mio desiderio di lavorare sul serio al progetto del mio primo romanzo: un lavoro che io consideravo d’importanza capitale. Ma, effettivamente, quegli anni mi fornirono molti spunti per il mio romanzo. Le ville che descrissi nei miei articoli, le feste sontuose a cui partecipai, perfino i bellissimi abiti delle signore, tutto finì nel mio romanzo. Frequentare la nobiltà e le loro feste fornì molti spunti alle mie pagine: tenevo da parte tutti gli articoli e per la mia stesura attinsi a questa fornita riserva come fosse una cantina piena di bottiglie di sciampagna con cui inebriarmi.

D. Quindi, si può dire che riciclò le sue parole e le convertì in storie e descrizioni utili per Il Piacere? Questa operazione che lei fece è molto moderna. Lo sa che oggi questa operazione si potrebbe fare con un semplice clic su un tasto?

R. Mia cara, voi mi sorprendete. D’altronde, lo sapete certamente, io sono sempre stato un precursore e ogni mio gesto veniva copiato dai miei tanti estimatori. Quindi, ora io potrei con un clic copiare i miei testi e inserirli in un testo completamente nuovo?

D. Sì, ma ora non facciamoci distrarre da queste cose. Caro d’Annunzio, se la lasciassi fare, finirebbe per intervistare lei e io mi troverei a rispondere alle sue curiosità. Torniamo al romanzo. Nel 1887 lei incontrò Barbara Leoni e questo incontro vi portò a una lunga e intensa relazione amorosa. Nel 1888 lei si allontanò da Roma e rientrò a Francavilla, ospite dell’amico Michetti, deciso a iniziare la stesura del Piacere. A cosa era dovuta tanta decisa e improvvisa energia, dopo anni di vano inseguimento all’idea del romanzo?

R. Ho sempre trovato nell’amore, e nello specifico, nell’amore sessuale, il levame della mia Arte. Da ogni mia relazione ricavavo una carica emotiva così intensa da trascinarmi in pagine di scrittura e di versi. Senza l’Amore la mia Arte soffocava e languiva fino a morire. Poi, con il fruscio di una veste di seta e il profumo della pelle della donna amata, di nuovo risorgeva più forte di prima. Io sono sempre stato un uomo dalle grandi pulsioni, dalle passioni intense. Ho sempre trovato nell’atto stesso del vivere, le emozioni e i sentimenti che, amplificati dal mio sentire, si trasformavano in parole poetiche. Credo che anche la mia prosa, in fondo, sia poesia: la poesia dell’amore e dei sensi.

D. Lei ha sempre vissuto al massimo ogni suo sentimento d’amore, in un modo anche alquanto plateale, se mi concede l’espressione, rendendolo pubblico anche negli aspetti più intimi. Le sue relazioni non sono mai state segrete e, anzi, avevano molto risalto ed erano note a tutti. Forse aveva bisogno del clamore come cassa di risonanza per i suoi sentimenti?

R. Mia cara, voi mi stupite sempre più. Sapete vedere dove gli altri non vedono. Io ho sempre pensato che il fallimento più grande della vita dell’uomo fosse non mettere a frutto gli ardori giovanili, ovvero quel desiderio che ognuno di noi serba nel petto di condurre un’esistenza attiva, viva, operosa, ricca di stimoli intensi, di profondi ideali, di attività fiorenti. Mi sono, quindi, abbandonato appieno alla vita, come una foglia sospinta dalle impetuose acque di un fiume e sono andato ovunque esplorando ogni sentimento ed ogni emozione che mi venisse incontro. E, quelle che non mi cercavano, le desideravo e le inseguivo. La passione ha guidato ogni mia azione, in Amore come in guerra, e la vitalità, la spinta interiore che profondevo nelle mie attività ha sempre desiderato la luce, mai l’ombra. Io volevo essere “visto” e nel clamore trovavo il giusto omaggio alla mia Persona. Molti Poeti si compiangevano e i loro versi erano sempre volti al desiderio di ciò che non avevano. Io cantavo le cose della vita, la passionalità, gli estremi. Come potevo non essere al centro di tutto, del palcoscenico del mondo? Come poteva il mondo ignorarmi?

D. No, effettivamente, non poteva… Lei mi distrae. Torniamo a noi. Parlando di palcoscenico non posso non parlare di teatro e delle tragedie che lei scrisse. Non tutte ebbero il grande successo che lei auspicava. Forse la sua scrittura non era adatta ai tempi teatrali?

R. Le prime tragedie che scrissi furono per la mia amata Eleonora, la Divina. Fu lei che mi avvicinò al teatro. Forse non furono comprese dal pubblico, o forse dovevo ancora affinare il mio estro creativo e adattarlo alle luci del palcoscenico. Quando uscì La figlia di Jorio però fu un vero trionfo e il pubblico mi acclamò come un Grande e mi diede tutti i riconoscimenti che meritavo.

D. L’unica che non apprezzò mi pare fu la stessa Duse che si vide sottrarre la parte all’ultimo minuto. Si dice che lei mandò un fattorino a ritirare l’abito di scena poco prima della rappresentazione. E’ vero?

R. Non è cosa di cui io mi possa vantare, ma è la verità. Mi facevo prendere da grandi e improvvise passioni e anche in quel periodo successe la stessa cosa e forse un’altra donna mi distrasse da lei, ma Eleonora rimane la donna che ho amato fino in fondo, la donna che più mi ha amato. In una sua lettera mi scrisse: ” Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso. Non parlarmi dell’impero della ragione, della tua vita carnale, della tua sete, di vita gioiosa. Sono sazia di queste parole! Da anni ti ascolto dirle… Parto di qui domani. A questa mia non c’è risposta.” e infatti io non le risposi per quasi vent’anni. Fu nel 1923, qualche mese prima della sua morte che, in un impeto improvviso e con il desiderio di lei e della sua anima, le scrissi per l’ultima volta: “Io ti amo meglio di prima… e ti bacio le mani tanto che te le consumo.” Il lunedì di Pasqua del 1924 la Divina morì a Pittsburgh e io mi appellai a Mussolini affinché lo Stato provvedesse al rientro della “Salma Adorabile”, della mia Amata Eleonora: “E’ morta quella che non meritai.” scrissi in una lettera e mai frase fu per me più vera. Pensate, mia cara, che al Vittoriale, nella stanza chiamata “l’officina”, la stanza dove lavoravo, avevo una statua raffigurante il volto della mia amata Duse e la coprivo con un velo per non provare dolore rivedendo quel volto tanto amato. Era la mia “musa velata”.

D. Quindi, la Duse continuò ad ispirare le sue parole e i suoi versi, anche dopo la sua morte?

R. Certo. Un Amore così grande e completo come era stato il nostro non si esaurisce con la morte. L’amore si autoalimenta e anche nei ricordi, nell’affanno di ritrovare l’altro anche quando non c’è più, si generano sentimenti ed emozioni e, per me tutto ciò significa versi e prose ricche di sfumature e di forza. Vi reciterò alcuni versi che spiegano questo mio pensiero:

Voglio un amore doloroso, lento,
che lento sia come una lenta morte,
e senza fine (voglio che più forte
sia della morte) e senza mutamento.
Voglio che senza tregua in un tormento
occulto sian le nostre anime assorte;
e un mare sia presso a le nostre porte,
solo, che pianga in un silenzio intento.
Voglio che sia la torre alta granito,
ed alta sia così che nel sereno
sembri attingere il grande astro polare.
Voglio un letto di porpora, e trovare
in quell’ombra giacendo su quel seno,
come in fondo a un sepolcro, l’infinito.

D. … lei mi incanta con i suoi versi, caro d’Annunzio, e forse è proprio ciò che vuole. Mi sta distogliendo dalle mie domande. Torniamo a noi. Lei si dedicò a grandi imprese di guerra e anche in questo si distinse per impeto e coraggio. Ad un certo punto, però, i suoi rapporti con il Duce divennero molto difficili tanto che Mussolini riferendosi a lei disse: “Gabriele D’Annunzio è come un dente marcio o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro…io preferisco ricoprirlo d’oro”.

R. Il Duce era un uomo che doveva essere sempre in primo piano e, ovviamente, non sopportava che un altro gli rubasse la scena. Quindi, io rappresentavo una spina nel fianco per Mussolini e quelle parole non mi stupirono per nulla. Anzi, da ciò, da questo sentimento che il Duce aveva nei miei confronti, seppi trarre la mia fortuna e mi feci costruire il Vittoriale, tutto a spese del Regime, accettando in cambio di donarlo allo Stato dopo la mia morte. Venivo da un momento di disagio economico e ciò mi fece comodo. Mi ritrovai di nuovo in una dimora elegante, con i lussi a cui ero abituato, quelli che si confacevano alla mia persona, e tutto questo, credetemi, mia cara, non è affatto da disprezzare. Un uomo della mia levatura non poteva tollerare di vivere nella bassezza. Io avevo bisogno di circondarmi di cose preziose, velluti, sete, damaschi, statue. Il Vate aveva bisogno della giusta cornice. Quindi, il Vittoriale, per via di quella clausola che lo voleva donato allo Stato dopo la mia morte, venne chiamato “Vittoriale degli italiani” e perciò sulla soglia feci incidere la frase “Io ho quel che ho donato”.

D. Lei ha parlato della morte. Credo sia un tema che le è sempre stato caro. Cosa significa per lei? E che importanza ha per la vita conoscere la morte?

R. Senza la Morte, senza la sua conoscenza e senza averla avvicinata, non si può comprendere in pieno la pulsione amorosa. L’Amore è un sentimento che può straziare le membra e la mente, un sentimento da vivere con totalità e profusione. Se non si è pronti a donare tutto ciò che abbiamo, e quindi a perderlo in un certo modo, non si è pronti per amare. Il vero Amore esiste solo quando siamo pronti a donare noi stessi e a vivere il sentimento nella maniera più profonda.

D. Un tema davvero affascinante, caro d’Annunzio. Le sue teorie lo sono sempre. Ora capisco la grande presa che ha sempre avuto sui suoi lettori e sugli italiani. E anche quella che ha avuto sulle donne…

R. A proposito, mia cara, non credete sia il momento di fare una pausa? Non vorrei che vi stancaste troppo. Ho fatto mettere in fresco della sciampagna ottima. Brinderemo alla nostra conoscenza e intanto mi racconterete di queste novità e di questo nuovo attrezzo per la scrittura su cui avete trascritto le nostre parole. Abbiamo ancora molte cose da dirci.

(M.F)

*Questo post è sempre molto letto. Ricordo a tutti che il testo, come gli altri presenti nel blog (ove non diversamente indicato), è di proprietà di Morena Fanti. Se lo riportate in ricerche e tesine, citate la fonte. Grazie. 

9 pensieri su “Intervista impossibile a Gabriele d’Annunzio

  1. Cara Morena, alla fine viene da pensare che questa intervista non sia poi così impossibile, dopo averla letta. Bravissima. Oltre alla tua competenza sull’argomento emerge una deliziosa capacità di sapere fondere un linguaggio moderno, il tuo, a un linguaggio di altri tempi con le parole che metti in bocca a d’Annunzio. Davvero un’ottima prova sia in chiave giornalistica e critica, sia in quella di scrittrice.

    Davide

    P.S. Presta attenzione all’affascinante Gabriele che, mi par di capire, ha ancora frecce per il proprio arco…

  2. Mannagg… manca solo che tu metta il link con l’intervista su YouTube, dove ti si vede chiaramente con il taccuino in mano, la telecamera poggiata sulla scrivania, e Gabriele d’Annunzio seduto comodamente su di una poltrona ed il gioco è fatto…

    Che bella intervista, ancora una volta dimostri che per fare dell’ottimo giornalismo è importante essere dentro la nostra storia, i percorsi che ci hanno portato ad essere quelli che siamo oggi.

    Complimenti!

    ps: hai provato a mandare il tuo curriculum a AnnoZero?
    Evvabè, questa mi è venuta così!

  3. beh, insomma, grazie per gli apprezzamenti. Mi fanno particolarmente piacere perchè questi articoli mi costano molta ‘fatica’. L’impegno è maggiore di quello che serve per un racconto e la preparazione è lunga. Grazie di aver letto e apprezzato.

    Buona domenica a tutti con la cucina gialla.
    E presto saremo online con la pagina natalizia e farò un post dedicato qui sul blog.

    @ Arthur: annozero non fa per me. O viceversa? mah…
    @ Davide: eh sì, che ci sto attenta… quello mi sa che ci prova sempre…
    @ Gabriele: grazie 🙂

  4. Beh, insomma, Anno Zero, Ballarò, Buona Domenica, Amici, La7, Lo zecchino d’Oro… c’è qualche programma degno di essere annoverato tra quelli che fanno approfondimento?

    Comunque era solo per dire che… era una battuta.

    Buona giornata e buon inizio di settimana!

    1. spero che tu abbia comprato un’edizione ricca di note come quella che ho letto io.
      il romanzo è affascinante. Non pensavo mi sarebbe piaciuto tanto. A parte il linguaggio che è, ovviamente, molto distante da noi (ma è comunque molto interessante) la storia è rapportabile anche ai nostri anni.

      e poi mi è piaciuto molto leggere di d’annunzio e del suo modo di scrivere. in tante cose mi ci sono ritrovata.

      che mi sia piaciuto è chiaro anche dal tempo che gli ho dedicato e dall’intervista 😉

      ciao pablito.

  5. cara morena, leggo questo articolo come primo dei tuoi scritti.
    davvero affascinante e coinvolgente il modo in cui scrivi.
    i miei più grandi complimenti.
    tornerò sicuramente a deliziarmi in questo sito,

    Federica.

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