Al castello di Dunnottar

“Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Durante la salita sentivo la mano di Giorgio dentro la mia, fiduciosa e presente, anche se non so bene chi dei due tirasse l’altro. Giorgio allora aveva otto anni ed era già una piccola persona interessante, anche se era all’epoca molto solitario e insicuro. Quando arrivammo in cima ci sedemmo sul prato davanti al Castello a riprendere fiato. La salita era stata faticosa ma la vista ci stava ricompensando ampiamente.
Il Castello si stagliava contro il cielo color nebbia e i contorni sfumavano nel nulla.
Giorgio era stranamente silenzioso e fissava il cielo come a cercare qualcosa.
Il silenzio era irreale e l’unico rumore era il grido dei gabbiani.
All’improvviso sentimmo un rumore. Giorgio fu il primo a notarlo e si alzò in piedi di scatto.
Ascoltò con i muscoli tesi e le braccia contratte, poi si girò a guardarmi con aria interrogativa.
Io non avevo sentito bene e cercai di tranquillizzarlo. In quel momento il rumore si ripeté, come un cigolio, uno stridere informe e sottile. Mi alzai e presi la mano di Giorgio. Rimasi in attesa per capire da dove giungesse il rumore, poi mi incamminai verso un gruppo di cespugli in fondo al prato. I nostri piedi affondavano nell’erba umida. C’erano alcuni fiori viola in mezzo all’erba, li notai solo in quel momento. Eravamo completamente soli lassù. Mio fratello e sua moglie non erano voluti salire con noi e Giorgio era affidato a me. Mi domandai se avevo fatto bene a salire da sola con un bambino così piccolo.
La nebbia stava aumentando e il paesaggio scompariva sempre di più.
All’improvviso ci fu un rumore più forte, il cespuglio si mosse come fosse animato e da dietro i rami uscì una matassa di capelli rossi e arruffati. La testa rossa fu seguita da una mano che si tendeva verso di noi e una voce: “Su, aiutatemi. Non vedete che non riesco a salire?”
Tesi la mano verso la voce e finalmente vedemmo il motivo del rumore: una ragazzina poco più alta di Giorgio con un abito viola troppo grande per lei e un cestino di vimini coperto da un tessuto a fiori rossi e gialli.
Il cestino era la fonte del “cigolio” di poco prima: lo scoprimmo in quel momento. Il tessuto si muoveva e il rumore divenne più forte. La ragazzina mi porse il cestino e mi fece segno di scoprirlo. Sotto la stoffa a fiori c’era un gattino completamente nero che piangeva affamato. Misi il cesto all’altezza di Giorgio e lui sospirò sorridendo. Allungò la mano e accarezzò il gattino che parve calmarsi.
Sollevai gli occhi per chiedere spiegazioni alla bambina e non trovai nulla davanti a me: la ragazzina era sparita e con lei i suoi capelli rossi e il vestito viola.
Giorgio non aveva occhi che per il micetto nero. Aveva preso in braccio il gattino e lo teneva avvolto nella sua felpa.
Il Castello di Dunnottar ora aveva perso interesse per lui e mi chiese di tornare a valle per cercare subito del latte per sfamare il gattino. Non c’era altro da fare se volevo avere pace e ci incamminammo subito. Giorgio scese da solo quasi correndo, senza tenermi la mano. Con una mano reggeva il gatto e con l’altra lo accarezzava per farlo stare tranquillo.
Quando arrivammo a casa il gattino e Giorgio erano già addomesticati e inseparabili e lo sono tuttora. Il gattone nero che vedi laggiù è proprio lui, Dunn, come lo chiama Giorgio. Sono passati dieci anni e Dunn è sempre stato come un amico per mio nipote: so che si parlano e Giorgio gli confida i suoi pensieri. Sembra trarre da quel gatto grande serenità e forza.
Ma sai qual è la cosa buffa?
Quel giorno, dopo aver sfamato Dunn e raccontato tutta la storia almeno dieci volte ai suoi genitori, Giorgio si è addormentato sul divano e io sono andata dalla persona che ci ospitava lì in Scozia, mister Gordian, e gli ho raccontato la storia.
Lui assentiva con il capo come la conoscesse già e arrivati al punto in cui la ragazzina è uscita dal cespuglio ha detto:
“Sarah è ricomparsa. Lo devo dire a mia moglie.”
“Sarah?”
“Sì, la figlia di Lord Edward Dunnottar. E’ morta quando aveva dieci anni cadendo dal dirupo. Un incidente inspiegabile.”
“Oh, che disgrazia. I suoi genitori saranno inconsolabili.”
“Lo sono stati certo. Finché erano in vita. Lord Edward e sua moglie sono morti nel 1697.”
“… ma allora…”
“Sarah ogni tanto ricompare. Il Castello era la sua casa e lei non si è mai staccata del tutto.”
“E il gattino?”
“Sarah sa sempre cosa è meglio. Si fidi signora. Se ha fatto in modo che suo nipote lo trovasse significa che sarà una presenza importante per Giorgio. Vedrà, un giorno mi darà ragione.”
Così domani partiamo per la Scozia, solo Giorgio ed io. E Dunn ovviamente.
Devo assolutamente dire a mister Gordian che aveva ragione.

* Ieri si è conclusa la sfida del Castello di Dunnottar e oggi pubblico qui il mio racconto, il n.4. Per chi vuole, il risultato della sfida è qui. Presto avremo anche il pdf con tutti i racconti.

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