La camicia

A quattordici anni una camicia nuova basta a farti sentire irresistibile, e la camicia di Andrea non solo era nuova, ma era proprio quella che lui aveva desiderato per tanto tempo: di jeans, con piccoli e lucenti bottoni di madreperla, che ora brillavano al sole di quel pomeriggio di quasi estate.
Andrea rallentò il passo e si diede una guardata di controllo, nello specchietto di una macchina il cui colore verde si intuiva sotto lo strato di polvere gialla, mista a polline dei platani del viale, e si trovò molto carino, e proseguì verso il fondo del paese, dove le case diradavano e i campi si coloravano del rosso dei papaveri.
La casa di Giovanna era l’ultima, quella bianca con il grande portico e il glicine che si arrampicava sul muro del fienile. Sperò che Giovanna fosse fuori, seduta sul dondolo dai grandi cuscini gialli e blu, come di solito a quell’ora, e sperò che lo vedesse e gli chiedesse di sedersi con lei a godere del fresco del portico.
Solo una volta era successo e Andrea si era seduto vicino a Giovanna e avevano parlato della scuola e dei libri che lei leggeva sempre: o meglio, lei aveva parlato, mentre lui aveva desiderato tutto il tempo di toccarle il viso e di chinarsi a baciarle le labbra. Era la prima volta che Andrea si sentiva così, e non sapeva neanche come definire la cosa. Ogni tanto ci pensava, mentre era sdraiato sul letto in camera sua, in attesa della chiamata della madre per scendere a cena, e si soffermava sulle sue sensazioni, anche se non sapeva il nome di quello che provava. Sapeva solamente che gli piacevano e il resto non gli interessava, aveva solo voglia di riprovarle.
Anche ora provava quella sensazione e camminava con passo veloce, per arrivare alla casa di Giovanna e vedere se lei era lì, dove lui desiderava vederla, con la luce del sole che filtrava tra i rami degli alberi e le colpiva i capelli biondi.
Il grano era già alto e si intuivano i chicchi dentro la spiga e l’aria profumava di un misto di fiori e terra morbida e dolce. La casa era già in vista e Andrea accelerò il passo; intuiva la presenza di Giovanna, in un profumo portato dal vento.
Ed eccola sul dondolo, in una lunga gonna rossa, con balze arricciate, che le lasciava scoperte solo le caviglie e i piedi nudi che dondolavano nel’aria. I capelli erano raccolti in una coda alta, legata con un nastro bianco come la maglietta a maniche corte che lei indossava.
Lei guardava proprio verso di lui e Andrea fu certo che lei l’aspettava e che l’avrebbe chiamato a sedersi vicino a lei. Non ebbe neanche bisogno di farlo: lui andò come spinto da una voce interiore e lei non accennò a meraviglia o altro, come aspettasse proprio e solo lui. Giovanna si alzò e la gonna le si gonfiò attorno alle gambe, mentre lui saliva i gradini del portico e la guardava negli enormi occhi azzurri. Lei sorrise e lui pensò che era bellissima, fece una smorfia e lei pensò che lui era molto carino.
“Bella camicia. Ti sta bene.”
“Anche la tua gonna è molto bella… e anche tu…”
“Sei diventato rosso come la mia gonna…” disse lei e allungò il bicchiere alto, pieno di tè ghiacciato fino a posargli il vetro gelato sulla guancia. Lui sentì il fresco piacevole sul viso e sentì il calore che l’aveva invaso, sciogliersi come un nodo dentro lo stomaco.
La guardò fino a sentire che gli occhi si perdevano dentro quegli altri, così diversi eppur così simili, e si avvicinò a lei, prendendole il bicchiere dalla mano e bevendo un sorso di liquido gelato, lasciandolo scivolare dentro, giù giù, fino a quel nodo che si stava riformando. Poi, sempre guardandola negli occhi, posò il bicchiere sul tavolo e si avvicinò a Giovanna prendendole la mano che prima reggeva il bicchiere.
Il silenzio era totale, ma lui sentiva un rombo dentro le orecchie senza capire che era dentro di lui, vicino al suo cuore.
Da vicino le labbra di Giovanna erano più rosse e lucide, e lui non vedeva altro. Lei era immobile e respirava piano, con brevi respiri e il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. La maglietta bianca era stretta, forse perché Giovanna stava crescendo velocemente, anche se Andrea sembrava non accorgersene in quel momento, teso com’era ad avvicinarsi a quel viso dalla pelle chiara e a quelle labbra sempre più rosse.
Si chinò e le sfiorò le labbra e lei non disse niente e non si mosse ancora. Lui si avvicinò ancora di più e le toccò l’interno della bocca, morbido e dolce con il profumo del tè alla pesca che avevano bevuto entrambi e si perse in quella tanto cercata sensazione a cui non sapeva dare un nome.
L’abbracciò ancora più stretta e sentì il piccolo seno di lei contro il suo petto sotto la camicia e desiderò potersela togliere, lì sotto quel portico fresco, e calmare così il calore che sentiva troppo forte. Mentre si baciarono sentendo le labbra che si fondevano insieme e le lingue che si sfioravano dentro la bocca che sapeva di pesca, le ondate di calore si susseguirono dentro lo stomaco e lungo le braccia e Andrea si perse in quel contatto tanto desiderato, perdendo la percezione del tempo e del luogo dove si trovava.
Quando si sedettero tutti e due sul dondolo dai cuscini colorati, il sole stava calando dietro gli alberi e lui bevve di nuovo dal suo bicchiere e il liquido ora era più caldo, ma non aveva alcuna importanza per loro.
Rimasero lì seduti in silenzio, tenendosi la mano e dondolandosi piano, mentre la gonna di lei si muoveva nel vento e lui fissava affascinato i piccoli piedi nudi e abbronzati che spuntavano da sotto.
Quando il cielo diventò rosso, lui le strinse più forte la mano come per condividere un’altra emozione senza parole, e lei ricambiò la stretta. Quando il rosso lasciò il posto al blu e l’aria era diventata quasi fredda lei si alzò e disse che doveva rientrare, perchè stavano per tornare i suoi genitori.
Lui andò, con un breve saluto, e lei rientrò in casa senza voltarsi.
Non la vide più: qualche settimana dopo la sua famiglia traslocò e la casa bianca rimase vuota e i cuscini del dondolo si sbiadirono nella luce di un’estate troppo calda, mentre il glicine formava un tappeto di fiori viola sul prato quasi secco.

“Andrea, che cavolo fai? e’ mezz’ora che sei davanti a quello specchio! Ti muovi? Dobbiamo uscire, dai!!”
Andrea si girò a guardare il suo amico Massimo e lo guardò come se lo vedesse per la prima volta, poi si girò di nuovo verso lo specchio e sorrise alla sua immagine in camicia di jeans, e allacciò i piccoli bottoni di madreperla. Pensò che quella camicia gli dava un’aria un po’… da ranger, come diceva sua madre quando gli aveva regalato la prima camicia con bottoni simili, tanti anni prima.
Poi si girò di nuovo verso Massimo e gli disse:
“Hai mai fatto l’amore sotto un portico?”
“No, non mi sembra. In ascensore, sì, ma sotto un portico mai.”
“Io sì. E’ stato bellissimo.”

(31 maggio 2005)

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