Utili per un buon vino, le trovo inutili per tante cose e detestabili per le persone.
* Vitigno: Refosco dal Peduncolo rosso
* Denominazione: Lison-Pramaggiore D.O.C.
* Grado alcolico: 12% vol.
* Formato: 75 cl
* Periodo di conservazione: 4/5 anni
Questa etichetta è utile e di aiuto nella scelta del vino. Ci dice chiaramente cosa verseremo nel bicchiere e noi sapremo in anticipo con cosa delizieremo il nostro palato: è chiara e riconoscibile.
Ci sono persone che amano etichettare tutto, soprattutto i loro simili. Sparano giudizi e sentenze. ‘Poeta triste’ dopo aver letto due versi in cui si ragiona di fatti dolorosi, ‘scrittrice erotica’ perché in un racconto mostra il pizzo di uno slip, narratore dalla penna pungente dopo tre frasi ironiche.
Etichetta appiccicata, sensibilità dichiarata, così pensa spesso chi legge le opere presenti sul web.
Procedendo poi con giudizi sparati a caso, sulla sensibilità e sulla vita stessa della persona che scrive.
Se è vero – e io credo lo sia- come dice Stephen King: “La parola è solo una rappresentazione del significato; anche nel migliore dei casi, la scrittura resta quasi sempre un passo indietro rispetto al pieno significato di ciò che vogliamo dire” e, se è vero che quando si scrive, soprattutto poesia, si racconta di quel preciso momento di cui vogliamo parlare, ed è un preciso momento e sentimento di cui noi soli siamo consci del tutto, chi legge dovrebbe solo sentire la forza delle parole e farne una lettura prendendo ciò che di affine, oppure no, sente a se stesso.
Potrebbe anche criticare il testo, per quanto trovo difficile parlare in modo completo e coerente di testi e sentimenti altrui, ma mai dovrebbe leggere nelle parole ciò che non c’è e tantomeno, dare giudizi assurdi.
Etichettare non mi piace. Non lo faccio sugli altri e non amo che lo facciano con me.
Io ho scritto con la mia parte nera, e anche con la mia parte bianca ma non dimenticando che tra le due, c’è la parte rosa e rossa e azzurra e gialla, e poi ci sono le mescolanze dei colori, le infiltrazioni e le contaminazioni.
Rivendico, perciò, la libertà di chi scrive: lasciateci essere come vogliamo e permetteteci di scrivere con ogni colore. Lo scrittore è prima di tutto una persona e non sopporta le etichette. Oggi sono Refosco, ma spesso sono Prosecco e qualche volta anche Cabernet Sauvignon.
Bevetemi senza domandarvi il mio nome.
Sorseggiatemi senza cercare le bollicine: se ci sono le sentirete nel naso.
Il grado alcolico sarà sempre diverso e il colore… beh, quello ormai lo sapete: potete aspettarvi di tutto.

questo post l’ho scritto più di un anno fa, dopo alcuni commenti ad una mia poesia. poi l’ho lasciato invecchiare in barrique e oggi mi sembra di nuovo attuale, dopo gli ultimi ragionamenti che ci siamo scambiati nei commenti al mio racconto “era una magnifica giornata poi si rovinò”.
naturalmente, nessuna polemica da parte mia. lo scritto è di allora. i pensieri però, sono gli stessi.
…e a volte sono acqua e a volte sono arsenico.
Mia madre diceva “solo i matti sono sempre di un sentimento”, e solo le anime semplici sono frequentemente uguali a se stesse.
Le menti pensanti, i liberi pensatori, quelli che hanno dalla loro l’intelligenza e la vivacità intellettuale, l’indipendenza di giudizio, per forza sono poliedrici.
*** E io, modestamente, lo nacqui! ***
Da applausi l’inizio. Chapeau.
Mi piace pensare che la creatività possa essere di tanti colori, come anche che per bere un po’ di te, non è necessario chiederti il nome… in effetti, non serve, anche perché ciò che leggo di te, fa parte di quell’universo fantastico che è fatto di tante Morena, e già soltanto questo dovrebbe bastarmi.
E poi… le etichette servono per dare alle persone l’illusione di poter controllare ogni cosa e soprattutto, per mettersi al riparo da eventuali giudizi che possano intaccare la loro personalità bacata da falsi moralismi.
Non me ne sono mai preoccupato più di tanto, e per il lavoro che faccio e per come sono fatto, di etichette me ne sono viste appiccicate tante e qualcuna purtroppo resiste nel tempo.
Belli questi tuoi pensieri e… cosa dire di più!
Mannaggia, però mi era sembrato di averti vista anche Nero d’Avola o Cirò… mannaggia…
Completamente in accordo.
E poi mi piace un sacco il refosco, a me
Senza voler sembrare aggressivo, mi piacerebbe anche conoscere nomi e cognomi di mani e tannini che più di aceto anzi che vino dai tralci non docili, a etichette facili. E di viscere spremere acini acerbi negli occhi alle pagine.
Decanter la Schanson
sei come una birra artigianale in un boccale di ceramica la gusti meglio tutti posson berla ma solo chi ha passione riesce a apprezzarla al meglio
Grazie a tutti. Felice di sapervi in accordo con me.
@ gavry
come una birra artigianale non me l’aveva ancora detto nessuno
Non so perchè ci sia questa diffusa abitudine ad appiccicare etichette, forse l’etichetta in qualche modo scaccia le insicurezze, come se leggendone il contenuto, quasi fossero istruzioni per l’uso, ci si potesse mettere al riparo da “fregature”…e qualcuno può sempre dirti, “ma…c’era scritto lì”.
E se questo vale per il vino, non vale certo per le persone, anche perchè, purtroppo o per fortuna, c’è sempre così tanto in una persona che racchiuderla in un’etichetta non sarebbe solo assurdo e riduttivo, ma anche un vero peccato.
Non siamo solo nero e bianco, in mezzo c’è una varietà infinita di scala di grigi, oltre a tutte le varie ed innumerevoli combinazioni a colori…
E brava Morena!
Beh, non sono completamente d’accordo. Come sempre dipende dal valore che si dà alle parole: se “etichettare” significa avere un’opinione su una persona, mi sembra naturale e dovuto.
Se poi, frequentando questa persona, trovi che risponda sempre di più a quanto scritto nell’etichetta… beh, mi sembra che… protegga il consumatore!
Scherzi a parte, se io ben poche volte ho avuto “mazzate” dagli amici, è perché ho una certa abilità nell’inquadrarli, e so quello che posso aspettarmi. So anche quand’è che non so, e quindi la “bottiglia” resta anonima: ma se la bottiglia è anonima, non l’accompagno a nessun piatto, se è un pasto a cui tengo. Semmai, rischio in prima persona.
E ha pure ragione Morena quando parla di variabilità, ma anche la viariabilità può essere una voce dell’etichetta, Multicolor, poliedrico, creativo, intelligente ed eclettico possono essere voci dell’etichetta.
Insomma, io non credo che si possa poi vivere senza avere un’opinione sulle persone, purché si basi su un’osservazione e un giudizio intelligenti, e sia passibile di revisione in caso di prova contraria.
Nel bene e nel male.
Certo, Ginevra, avere un’opinione mi sembra naturale, ma io mi riferivo alle opinioni che tendono a ‘classificare’ e ingabbiare le persone (nella fattispecie mi riferivo alle cose scritte, cioè ai testi che uno scrittore, ma potrebbe essere anche il quadro di un pittore, rende disponibili per chi vuole leggerli)-
Cioè, se io un giorno voglio scrivere una cosa riflessiva e profonda, e un altro una cosa leggera e magari un po’ ‘scema’, voglio essere libera di farlo e non per questo sentirmi dire: “ma come? fino a ieri credevo che tu fossi una scrittrice di argomenti profondi e malinconici e ora mi esci con ‘sta fesseria?”
e se un giorno voglio scrivere un racconto erotico sarà solo una cosa in più che potrò fare. se poi riesce bene ancora meglio.
insomma, se una persona un giorno dovesse “piangere” in una poesia non vorrei che fosse definita “triste” come fosse un marchio a fuoco, e se un giorno la stessa persona scrivesse un testo comico non mi piacerbbe sentire meraviglie. ecco, tutto qui
non so se ho reso l’idea.
Infatti… etichettare significa catalogare le persone in un ambito ristretto che spesso non ammette repliche (come l’etichetta di un vino… ) , mentre le opinioni sono anche suscettibili di cambiamenti, e guai se non fosse così.
@Morena: certo che hai reso l’idea, ma spero di averla resa anch’io. E’ che la gente ha bisogno di giudicare per cliché, vuole poter prevedere quello che sarà: in fondo è questa la matrice del razzismo, il bisogno di classificare, di poter dire che “siccome questo fa parte di questa categoria, sicuramente pensa così e agisce (o agirebbe se ne avesse l’occasione) colà”.
I pregiudizi, le idee preconcette sono la “poltrona mentale” di chi non ama sforzarsi a pensare.
@Arthur: per l’appunto, come ho premesso, dipende dal significato che si dà al termine. Io, una volta che ho catalogato una persona (e non certo in base a razza, religione, opinione politica, censo, stato d’animo di un momento o singolo comportamento), stampo a fuoco la mia opinione su un’etichetta e gliel’appiccico.
Se la vita mi dimostra che ho sbagliato, più che disponibile a cambiare etichetta ma… finora credo non sia mai successo.