La cucina gialla
Nove
(prosegue da domenica)
Si erano tenuti in contatto per telefono, facendo squilli, scrivendo email.
Quando Max entrò in cucina e salutò Annalisa con un’alzata di mano – sembrava che quel semplice gesto avesse già esaurito la sua energia -, lei quasi stentò a riconoscerlo. Le spalle strette, il viso pallido e smagrito da far paura… Annalisa non lo ricordava così: nella sua rubrica mentale, al nome Max rispondeva un giovanotto robusto, con due occhi verde mare da incanto, sempre sorridente come i soli della sua cucina. Pensò a quanto male potesse fare un amore non corrisposto e rabbrividì al pensiero di vedere Alessandro, il suo Alessandro, in quello stato. Fu un attimo, che dentro di lei parve interminabile, poi si tirò su la coda dei capelli e scacciò ombre e pensieri.
Max si era seduto e aveva buttato sul tavolo la carpetta azzurra, che prima teneva sottobraccio.
L’aprì, non senza qualche impaccio, e con un filo di voce si rivolse ad Alessandro:
“Te lo ricordi questo? L’ho trovato in uno scatolone ammuffito del mio garage, mi ero dimenticato persino della sua esistenza.”
Tirò fuori dalla carpetta un aquilone blu bucherellato. Sulla coda, un po’ sbiadite, ma ancora leggibili, alcune parole scritte con l’UNI POSCA giallo oro: LA VITA E’ UN VOLO.
Alessandro annuì. Pensò a quanto brutto e pericoloso a volte possa essere l’atterraggio, ma questo non lo disse.
“Un giorno lo ricacceremo nella sua porzione di cielo, io e te insieme, come una volta. Ci stai Max?”
Max si inumidì con la lingua le labbra secche e viola e mostrò i denti gialli, in quella che avrebbe dovuto essere una risata. Il suo amico sentì una fitta al cuore per l’emozione, e lo abbracciò forte, mentre Annalisa osservava la scena senza fiatare, con Pulce tra le braccia.
Provò a trattenere le sue emozioni Annalisa, ma fallì, come al solito, e una goccia si fece strada tra i suoi lineamenti delicati, attraversò il suo viso niveo fino al mento, per poi staccarsi e cadere su una piastrella bianca della cucina. Lì, dov’era caduta la lacrima, nacque un minuscolo Iris che nessuno, tranne Pulce, vide.
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Caro compagno di notti insonni mi aspetta una rinfrescante granita al limone, tra un po’ ti lascio e andrò da lei. Il nuovo vestito che ti ho donato e che hai indosso è una meraviglia, non ho mai visto qualcosa di così bello. Ieri ho navigato mari sconosciuti e quell’immagine che ora ti appartiene, di acque calme al crepuscolo, mi ha travolto e carezzato il cuore. Una dolce frenesia si è impadronita di me: devo subito donarlo al mio amico ho pensato, devo vestirlo di quella serenità e armonia che a me sfugge dall’alba al tramonto.
Guardarti mentre mi sussurri le parole dolci di non so quale canzone, forse non colmerà il vuoto delle mie giornate ma ti giuro, ti giuro mi aiuta a sentirmi meno solo. E non chiedermi cosa sia la solitudine, ti prego non farlo, perchè m’ingarbuglierei, non saprei nemmeno risponderti. Ho tante persone attorno, ad alcune voglio un bene dell’anima e so che anche loro me ne vogliono, ciononostante mi sento lontano anni luce da tutto e tutti, così diverso da stare male anche per un nulla. Ieri ho scritto a una persona a cui tengo molto, anche se a volte, confesso, non riesco a capirla: mi sono fermato per un attimo perchè mi doleva il polso ed è stato allora che mi sono accorto che un’altra lampadina si era fulminata nella mia angusta stanza… La luce era così flebile… Gesù pareva guardarmi dalla parete di fronte ed io in un primo momento ho abbassato gli occhi, ma poi li ho alzati di nuovo… Erano secoli che non lo facevo, ho pregato per me e per tutti quelli che amo, ho guardato follemente la lampadina sperando che tornasse a far luce, ma sono rinsavito in un baleno, i miracoli ho pensato non sono mai così sfrontati. Eppure accadono, ne sono sicuro. Forse bisogna solo meritarseli, farsi guidare da quello spirito puro e amorevole che ognuno tiene ben nascosto dentro di sé.
Non è mai facile, d’accordo, mettersi a nudo di fronte al prossimo ma se non si rischia mai il cuore s’inaridisce istante dopo istante, fino a diventare marmo e dai nostri pugni aperti quell’alito di vento fresco, che prima o poi verrà, potrà smuovere solo cenere. Ho ancora ventuno anni e voglio cogliere della vita ogni sfumatura, ogni respiro, voglio trovare verso le cose quell’impeto tenero di una volta… e se adesso questo insano mondo mi nasconde i suoi colori, vuol dire che non sono stato bravo a cercare cos’è che li copre…
Ho mangiato la granita ed eccomi qui .
Mi piace stare davanti a te, mi piace perchè fai riaffiorare l’unica parte di me che sono riuscito ad amare in questi anni e che ai più resta nascosta. Parlandoti, confessandoti i miei segreti ho imparato molte cose e tra queste che non bisogna mai giudicare nessuno. L’apparenza non è mai buona consigliera, chissà cosa penserà di me il fornaio che non riesco mai a guardare negli occhi e salutare, di certo penserà che io sia un pallone gonfiato e che mi dia delle arie. E non sa, non può sapere che ho un cuore di burro, che faccio fatica perfino a parlare con la gente e a guardarla in faccia. Non sa della nebbia che ingoia i miei pensieri, dei voli dell’anima e dei numerosi atterraggi sul fango. La vita è strana e non fornisce quasi mai elementi sufficienti per permetterti di giudicare una persona, di scoprirla per quello che in realtà è. Siamo come un puzzle, i pezzi spesso sono migliaia e ciascuno di noi, dentro, ha le sua zone d’ombra.
Ho appena messo la borsa di ghiaccio sulla caviglia; dopo un mese e quindici giorni è ancora gonfia, è diventata un tormento… In queste condizioni non posso nemmeno giocare a pallone ed io invece ora più che mai ne ho tanto bisogno, è la mia seconda valvola di sfogo dopo la scrittura, mi permette di scaricarmi e per una oretta buona di non pensare più a nulla. Un compagno di squadra mi ha consigliato di andare dall’ortopedico, credo che lo farò, ho l’impressione che il mio dottore prenda tutto troppo alla leggera. Mentre ti scrivo è arrivato uno squillo della mia amica; sento che tiene a me veramente, è una delle poche cose belle che ho incontrato sulla mia strada in questi ultimi, sofferti anni. A volte la sento smarrita quasi quanto me, sento in lei tanto bisogno d’affetto e se ne meriterebbe vagonate piene, di questo ne sono certo, perchè a differenza di ciò che lei stessa crede, il suo cuore è grande e batte così forte che riesco a sentirlo pure da casa mia. La vita va presa in un certo modo e forse né io né lei ancora abbiamo scoperto qual è.
Credevo di averla chiusa la finestra ma evidentemente non ho stretto bene la maniglia, è bastato un soffio di vento per aprirla: un lungo lenzuolo candido svolazza sul balcone arrugginito, il gatto color cenere come al solito fa l’equilibrista sulla ringhiera, solo a guardarlo mi vengono le vertigini. Forse non ti ho detto mai che in campagna di gatti ne ho sei, i mici li adoro, mi piace essere circondato da loro perchè un po’ mi assomigliano, con quell’aria svogliata e pigra, sempre dietro a una foglia, a un legnetto o a un tappo di bottiglia per inventarsi un gioco e saltare come palle pazze da un luogo all’ altro.
Tra circa una settimana dovrò lasciarti mio caro amico per andare in campagna, e non ti nascondo le mie paure; paura di patire di più la solitudine, di chiudermi ancora di più, se è possibile, in me stesso, paura di dovermi scontrare di nuovo con quella bestia che chiamano depressione… è stata dura, veramente dura la prima volta che l’ho incontrata, ed anche se ne sono uscito vivo una parte del mio cuore non c’è più, l’ho lasciata negli occhi di mia madre che piangeva per me, in quelli sempre severi di mio padre che mi guardava e m’incitava silenziosamente a non mollare, occhi che dicevano “dai, mangia qualcosa e combatti”. E’ stata una bella lotta tra me e la bestia, mi ha sbranato un pezzo d’anima ma la prima grande battaglia l’ho vinta io. Altre volte l’ho incontrata da allora, ma è stato più un mordi e fuggi come se la maledetta volesse prima tastare il terreno e poi sferrarmi l’attacco finale. Ho poche frecce al mio arco, e la volontà di lottare fino a che avrò forza.
Fermo il cd di Baglioni,
ti lascio caro pc.
Ma prima un ultimo sguardo alle acque quiete del tuo desktop.
MAX BRAMATI
Annalisa chiuse il manoscritto, che Max le aveva lasciato, e l’appoggiò sul tavolo di cucina. La casa era come spenta, a quell’ora: dormivano tutti, anche i soli sulle piastrelle. Dietro il vetro, solo buio e silenzio. Stavolta riuscì a trattenere le lacrime, poi si alzò per spegnere la luce. Nell’oscurità gli occhi di Pulce brillarono, come verdi bilie di giochi perduti.
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La cucina gialla è una produzione firmata a due colori da Carlo Bramanti e Morena Fanti (in questa puntata scrittura monocolore di Carlo Bramanti). La decima puntata domenica 18 gennaio 2009





Quando sono arrivata a leggere
ho sentito un pugno allo stomaco, come se mi fosse capitato d’imbattermi per caso in parole dirette a me.
Anche ieri, al cinema, nelle parole e nella storia dei protagonisti, un’identica sensazione.
Oggi non ce la faccio a dire niente sulla nostra cucina gialla…
Buona domenica, amici!
mi salvo il frammento e me lo leggo con calma, qui ogni due minuti qui si toglie la luce, c’è un tempo da lupi…stavolta ricordo queste parole…quando le scrissi erano molto sentite anche da parte mia. buona domenica sera. carlo
questo è un frammento molto particolare. non può passare senza sintomi.
non è indolore insomma.
parole molto sentite, come scrive carlo (soprattutto nella parte centrale che è una vera pagina personale sua. non tradisco nulla dicendolo. è evidente mi pare. ed essendo vera è ancora più intensa del solito)
e poi, belli nella parte iniziale i rimandi e le citazioni
L’avevo già letto domenica e sono tornato a leggerlo stasera, forse nella speranza di trovare una “via d’uscita” per Max, ma …
Che meraviglia questa Cucina Gialla!
[...] Gennaio 18, 2009 di morenafanti La cucina gialla Dieci (prosegue da domenica) [...]