L’ora felice
Novembre 19, 2007 di morenafanti
Il bar era vuoto e silenzioso: il sole delle sedici e trenta e le strade bollenti tenevano lontano eventuali avventori e il popolo della sera era ancora al lavoro.
Il barista mi ha accolto con un mezzo sorriso, evento molto insolito, e mi ha preparato un vodka sour ghiacciato e per una volta nel bicchiere giusto.
L’ho bevuto pensando alla mia inconsistenza e al mio desiderio di nulla. Era un periodo in cui ero niente e andavo alla deriva così, placidamente.
Stavamo parlando del tempo quando lei ha fatto il suo ingresso e noi ci siamo voltati e abbiamo ammirato le sue gambe e la sua aria indolente. Ho alzato il bicchiere e le ho fatto cenno di sedersi sullo sgabello di fianco al mio. Non era alta e l’ho aiutata: aveva braccia sottili e abbronzate con tintinnanti braccialetti argentati.
Il barista ha preparato da bere per tutti e tre e poi si è ritirato in fondo al banco per lasciarci soli.
Lei ha riconosciuto il mio nulla e io ho affondato la mia malinconia nei suoi occhi così simili ai miei.
Aveva capelli neri dai riflessi blu e all’orecchio sinistro un orecchino con una piuma gialla che le dava un’aria asimmetrica, quasi storta.
Parlammo del niente che ci stava affogando; lei aveva appena chiuso una storia con uno che le aveva lasciato un quaderno di poesie sdolcinate e l’affitto da pagare e io non avevo neanche quello da raccontare.
Da fuori nessun rumore e dentro solo il tintinnio del ghiaccio. La ciliegina la mangiò lei e poi mise una mano sulla mia e io sentii la sua pelle tiepida.
Il barman si affaccendava per preparare il clima giusto per i clienti che sarebbero arrivati di lì a poco, quelli che devono divertirsi a tutti i costi nell’ora felice che precede la sera.
Rimanemmo un po’ in silenzio, lei con la mano sulla mia e io ad ascoltare il suo calore.
Poi lei scese dallo sgabello e si avviò verso il fondo del locale. La seguii senza parlare. Il bagno delle donne, a quell’ora immacolato e lucido, era deserto. La porta si chiuse con un soffio e io la spingevo già verso le piastrelle bianche e azzurre cercandole la bocca. Il respiro, come il resto, si era fatto irrequieto mentre le sollevavo la gonna nera e frugavo sotto le sue mutandine.
Lei mi aprì i pantaloni e mi trovò già pronto, mentre continuavamo l’esplorazione della bocca: vodka e aroma di ciliegia. La sollevai tra le braccia: era piccola e leggera. La posai sul piano di marmo dei lavandini e le spostai le mutandine, penetrandola con forza, affondando dentro lei e la sua indolenza.
Poche spinte molto forti e un urlo soffocato. Lei si appoggiò a me placando i sussulti che la scuotevano e miscelandoli con i miei, come il barman con la vodka e il succo di limone. La feci scendere, ci sistemammo davanti al medesimo specchio, tutti e due in silenzio.
Uscimmo dal bagno mentre il sole illuminava la parete del corridoio e il locale si riempiva di risate e ghiaccio tritato.
L’ora felice era iniziata.
(22 agosto 2006)
* liberamente ispirato dal racconto “Happy hour” di Vinicio Capossela. Un racconto che mi è piaciuto molto e che mi ha suggerito questo mio scritto. Niente di importante: solo un giocare con le parole e le atmosfere.


